
Ora che Marini è passato al Senato, resta da capire quante cadreghe occorrono per insegnare ai clementi tiratori a chiamarlo Franco. Ora che Berty è passato alla Camera, resta da capire quanto impiegheranno i massimi tiratori per rassegnarsi all’idea che Fausto è sinonimo di letizia e che Romano deve restare a Roma almeno un mese, fino alla battaglia del Quirinale. Probabilmente gli elettori dell’Unione (la metà degl’italiani più 24.755) avevano sperato di godere di più, ma non si può avere tutto dalla vita. Inizia l’era del “menopeggismo” E poi, via, dopo settimane di allenamento Bellachioma ha pronunciato la parola “dimissioni”, e chissà quanto gli è costato. E poi Porompompera e Piercasinando non presiederanno più nulla, cioè se stessi. E poi Andreotti ha gettato la maschera (mancava solo qualche voto per Francesco Marino Mannoia): c’è pure il caso che perda qualche fan nell’Unione. E poi la corsa alle due Camere è stata molto più facile della prossima scalata al Colle. A questo proposito, D’Alema dovrebbe far causa a chi ha lanciato la sua candidatura: sponsor come Lanfranco Pace, Oreste Scalzone, Giuliano Ferrara, Piero Ostellino, Giano Accame e Carlo Rossella non sono proprio il massimo della vita.
Certo, quel viavai di imputati di mafia in Senato, da Andreotti a Dell’Utri da Mannino a Cuffaro, proprio mentre la parola “pizzino“ faceva il suo ingresso trionfale in Parlamento, era uno spettacolo niente male. Avvincente come Bruno Vespa avvistato in piazza del Pantheon che inseguiva trafelato Marini all’ora del pranzo, attratto come una calamita dal nuovo potente e ansioso di carpirgli menu da rivelare in esclusiva nel suo prossimo libro. Come Schifani che nel cuore della notte insegna “la sacralità delle regole” a Scalfaro. Come il ragionier Pera in lacrime dinanzi alla dipartita della poltrona. O come la triste fine di Tremonti ministro fortunatamente uscente, ridotto a mendicare uno strapuntino da capogruppo e trombato da un Vito qualunque (“me l’avevano promesso”, piagnucola inconsolabile minacciando la fuga nel gruppo misto come un Udeur qualsiasi).
Quadretti da fine impero, come quello di Silviolo Augustolo - da molti scambiato per il “padre del bipolarismo”e il “fondatore della Seconda Repubblica”- costretto a riesumare il simbolo peggiore della Prima per mancanza di uno straccio di candidato.
E, al seguito, gli ex nemici della Prima Repubblica come
“Non possiamo -dice- esporre il Paese a queste figuracce indegne”. Peggio delle sue, sarà difficile. “Comunque l’Unione al Senato non ha la maggioranza e dipende dai senatori a vita”. Esattamente come il Polo che nel ‘94 elesse Scognamiglio per un voto, e solo dopo aver comprato un paio di senatori dell’opposizione. Il pover’uomo ricorda il protagonista di “Polvere di stelle” con Alberto Sordi, il vecchio guitto bollito che tenta di strappare l’ultimo applauso replicando le gag dei bei tempi.
Ormai lo prende per i fondelli persino un Pomicino che, sentendosi chiamare “vecchio leone”, lo fulmina: “Guarda presidente che son più giovane di te”. Nell’ora del menopeggismo, anche queste sono soddisfazioni.
MARCO TRAVAGLIO - "L'Unità" 30 aprile 2006
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