È stato, eccezionalmente, un buon Porta a Portaquello dell'altra sera sul caso di Ottaviano Del Turco. Sempre in via eccezionale, va detto che Bruno Vespa lo ha condotto bene, ha fatto tutte le domande e le obiezioni che si potevano muovere, e ha offerto molti elementi di conoscenza sull'inchiesta che ha portato all'arresto del governatore di Abruzzo. Raro caso di «servizio pubblico» (talmente raro che i telespettatori, disabituati, hanno preferito Matrixcon la solita pochade della Brunetta dei Ricchi e Poveri, ma soprattutto Ricchi). Bene ha fatto Di Pietro a sottolineare l'anomalia di un detenuto eccellente che riceve al soggiorno obbligato un conduttore che gli mette a disposizione due ore di tv, ma la notorietà del personaggio e della vicenda giustificava il tutto. Male invece ha fatto Di Pietro a invocare un'altra puntata dedicata al grande accusatore Angelini, a cui Porta a Porta ha dato la parola con due interviste registrate. Si è parlato, e molto male, di molti assenti, come l'ex governatore berlusconiano Giovanni Pace, ma è impossibile pretendere che in un programma si parli solo dei presenti (anche perché chi non partecipa pretende che non si parli di lui perché non c'è). Resta da capire perché mai alla fine Del Turco fosse così giulivo. Chi l'ha sentito - ferma restando la presunzione di non colpevolezza - s'è fatto un'idea tutt'altro che lusinghiera sul suo ruolo nello scandalo. In parte per quel che ha detto Di Pietro, una volta tanto ben informato sui fatti. Ma soprattutto per quel che ha detto Del Turco. 1) «Nei 90 giorni del mio arresto hanno parlato solo i pm e il mio accusatore Angelini, io non ho potuto dire nulla». Non è vero: quando era in carcere a Sulmona, non passava giorno senza che qualche parlamentare l'andasse a trovare e riferisse le sue dichiarazioni contro i magistrati e Angelini. Suo figlio Guido, giornalista al Tg5, trasformò una sua visita in un'ampia intervista per il Giornale. In barba all'isolamento decretato dal gip e da sei giudici del Riesame (e non dai pm, come erroneamente ripeteva Claudio Martelli: «Un giorno finalmente si pronuncerà un giudice...»). Tant’è che suonava comico il titolo «Adesso parlo io»: e quando mai ha smesso? Gli unici a cui Del Turco non ha mai risposto, limitandosi a dichiarazioni spontanee, sono i pm e il gip che tentavano di interrogarlo. 2) «Angelini è un grande corruttore, gonfiava i ricoveri truffando la Regione, temeva di finire in galera perché ne aveva fatte di cotte e di crude, era già stato processato e s'era salvato per un cavillo, tant'è che gli abbiamo tagliato i fondi». Ma come: un governatore sa che il proprietario di cliniche convenzionate con la Regione e foraggiate con denaro pubblico è un noto truffatore, e si limita a ridurgli i fondi? E perché non gli revoca le convenzioni (che Angelini conserva tutt’oggi)? E perché continua, fino alla vigilia dell'arresto, a riceverlo nella sua casa privata regalandogli un ritratto di Berlinguer? 3) «La giunta precedente aveva abolito i controlli alle cliniche convenzionate, la mia ha tentato di moralizzare il sistema». Affermazione un tantino azzardata (l'ha notato persino Vespa), e soprattutto incompatibile con quella seguente: «Oggi gli assessori (gli stessi della sua giunta, salvo gli arrestati, ndr) han bloccato l'opera di moralizzazione e vogliono addirittura aumentare i finanziamenti alle cliniche». Ma allora nemmeno la sua giunta e la sua maggioranza erano così candide come lui vorrebbe far credere. O l'unico pulito è lui e non s'era accorto di aver scelto collaboratori infedeli? Del Turco risponde che pure gli altri arrestati e inquisiti sono vittime innocenti della macchinazione: se ne deduce che gli unici puliti sono gli indagati e gli arrestati, e gli unici sporchi sono quelli intonsi e a piede libero. Possibile? Giuliano Cazzola evoca il caso Tortora e Del Turco ricorda che «un'altra giunta abruzzese fu arrestata in blocco nel 1992 e assolta in blocco». Ma non è vero: la giunta abruzzese, arrestata per abuso d'ufficio, fu assolta dopo la depenalizzazione dell'abuso, salvo il presidente Rocco Salini, che rispondeva anche di falso e per quello fu condannato definitivamente a 16 mesi (si eran dimenticati di depenalizzarlo), dunque divenne deputato di Forza Italia. Ma questo, l'altra sera, non l'ha ricordato nessuno.