
Mondadori - Sentenza comprata coi soldi di Berlusconi, sfuggito al processo
Chi pagherà i danni a De Benedetti?
Dunque, la sentenza della Corte d’appello di Roma che nel gennaio 1991 annullò il lodo Mondadori e sfilò il primo gruppo editoriale italiano dalle mani di Carlo De Benedetti per consegnarlo a Silvio Berlusconi, era una sentenza comprata. Comprata da Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora con denaro della Fininvest di Silvio Berlusconi: almeno 400 milioni di lire consegnati brevi manu al giudice relatore ed estensore del verdetto, Vittorio Metta, che depositò 168 pagine di motivazione in meno di 24 ore dalla fine della camera di consiglio. Perché, evidentemente, le aveva scritte prima o gliele aveva scritte qualcun altro: magari gli avvocati della Fininvest, Previti, Pacifico e Acampora, che due mesi prima avevano fatto altrettanto con la sentenza Imi-Sir. Un mese dopo, dalle casse della All Iberian (Fininvest), parte un bonifico di 3 miliardi e 36 milioni di lire destinato al conto svizzero Careliza Trade di Acampora. Il quale, il 1° ottobre ‘91, ne gira una parte - 425 milioni - a Previti, che li dirotta in due tranche al conto Pavoncella di Pacifico. Questi preleva in contanti quei 400 milioni che, secondo l’accusa, qualche giorno dopo vengono consegnati a Metta. Metta, qualche tempo dopo, lascia la magistratura e va a lavorare con la figlia Sabrina nello studio Previti. È questa, in attesa delle motivazioni, la traduzione della sentenza con cui
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (25 febbraio 2007)
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La sentenza del 1991 che annullò il lodo Mondadori e consegnò il primo gruppo editoriale italiano a Silvio Berlusconi, sfilandolo a Carlo De Benedetti, era comprata. L’acquirente si chiama Cesare Previti, che agiva per conto del Cavaliere e con denaro della Fininvest, beneficiaria finale del mercimonio criminale. Questo, tradotto in italiano, significa la condanna definitiva emessa l'altroieri dalla Cassazione a carico degli avvocati Fininvest Cesare Previti (che ieri è tornato agli arresti domiciliari nella residenza di piazza Farnese), Attilio Pacifico e Giovanni Acampora e del giudice Vittorio Metta.
DA 17 ANNI, dunque, Berlusconi - soi disant «uomo che s’è fatto da sé» - possiede abusivamente una casa editrice, con i suoi libri e i suoi settimanali (tra i quali Panorama e il defunto Epoca), che ha utilizzato finanziariamente per accumulare utili e politicamente, prima per sostenere i suoi padrini (Craxi in primis), poi per costruire il consenso necessario alla sua «discesa in campo», ai suoi due governi e alle sue quattro campagne elettorali. Ancora l’altroieri il sito di Panorama ha diramato, in violazione del segreto investigativo, la notizia della presunta iscrizione sul registro degli indagati di Romano Prodi da parte della Procura di Catanzaro: ma Panorama, senza la sentenza comprata del 1991, non apparterrebbe a Berlusconi. Visto lo spazio lillipuziano riservato dai media “indipendenti” a un verdetto così clamoroso (nemmeno un accenno sulla prime pagine di Corriere della sera, Messaggero e Stampa, per non parlare del Giornale), è il caso di riepilogare la storia di quella sentenza comprata.
IL LODO. Nel 1988 Berlusconi, che già da tempo ha messo un piede nella casa editrice rilevando le azioni di Leonardo Mondadori, annuncia: «Non voglio restare sul sedile posteriore». De Benedetti, che controlla il pacchetto di maggioranza, resiste all’assalto e si accorda con la famiglia Formenton, erede di Arnoldo, che s’impegna a vendergli il suo pacchetto azionario entro il 30 gennaio ‘91. Ma gli eredi cambiano idea e, nel novembre ‘89, fanno blocco con Berlusconi che, il 25 gennaio 1990, si insedia alla presidenza della casa editrice. Oltre a tre tv e al Giornale, dunque, il Cavaliere s’impossessa del gruppo editoriale che controlla Repubblica, Panorama, Espresso, Epoca e i 15 giornali locali Finegil, spostandolo dal campo anticraxiano a quello filocraxiano. La “guerra di Segrate”, per unanime decisione dei contendenti, finisce dinanzi a un collegio di tre arbitri, scelti da De Benedetti, dai Formenton e dalla Cassazione. Il lodo arbitrale, il 20 giugno ‘90, dà ragione a De Benedetti. Il suo patto con i Formenton resta valido, le azioni Mondadori devono tornare all’Ingegnere. Berlusconi lascia la presidenza, arrivano i manager della Cir debenedettiana: Carlo Caracciolo, Antonio Coppi e Corrado Passera. Ma il Cavaliere rovescia il tavolo e, insieme ai Formenton, impugna il lodo alla Corte d’appello di Roma. Se ne occupa
I SOLDI. Indagando dal 1995 sulle rivelazioni di Stefania Ariosto sulle mazzette di Previti ad alcuni giudici romani, il pool di Milano scopre il fiume di denaro che dalla Fininvest affluì sui conti esteri degli avvocati della Fininvest e da questi, in contanti, nelle mani del giudice Metta. Il 14 febbraio ‘91 dalle casse della All Iberian parte un bonifico di 2.732.868 dollari (3 miliardi di lire) al conto Mercier di Previti. Da questo, il 26 febbraio, altro bonifico di 1 miliardo e mezzo (metà della provvista) al conto Careliza Trade di Acampora. Questi il 1° ottobre bonifica 425 milioni a Previti, che li dirotta in due tranche (11 e 16 ottobre) sul conto Pavoncella di Pacifico. Il quale preleva 400 milioni in contanti il 15 e il 17 ottobre, e li fa recapitare in Italia a un misterioso destinatario: secondo l’accusa, è Vittorio Metta. Il giudice, nei mesi successivi, fa diverse spese (tra cui l’acquisto e la ristrutturazione di un appartamento per la figlia Sabrina e l’acquisto di una nuova auto Bmw) soprattutto con denaro contante di provenienza imprecisata (circa 400 milioni). Poi si dimette dalla magistratura, diventa avvocato e va a lavorare con la figlia Sabrina nello studio Previti. A proposito di quei 3 miliardi Fininvest, Previti parla di «tranquillissime parcelle», ma non riesce a documentare nemmeno uno straccio di incarico professionale in quel periodo. Mentono anche Pacifico e Acampora. E così Metta che, sulla provenienza dell’improvvisa, abbondante liquidità (per esempio, un’eredità), viene regolarmente smentito dai fatti. Poi giura di aver conosciuto Previti solo nel ‘94, ma mente ancora: i pm Boccassini e Colombo scoprono telefonate fra i due già nel 1992-93. Poi ci sono le modalità a dir poco stravaganti della sentenza Mondadori: dai registri della Corte d’appello emerge che Metta depositò la motivazione (168 pagine) il 15 gennaio ’91: il giorno dopo della camera di consiglio. Un’impresa mai riuscita a un giudice, né tantomeno a lui, che impiegava 2-3 mesi per sentenze molto più brevi. Evidente che quella era stata scritta prima che
IL PROCESSO. Nel 1999 il pool chiede il rinvio a giudizio per Berlusconi, Previti, Metta, Acampora, Pacifico. Nel 2000 il gup li proscioglie tutti con formula dubitativa (comma 2 art. 530 cpp). Ma nel 2001
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (15 Luglio 2007)
*Il titolo è mio
Usa, risarcite 500 vittime dei preti pedofili, cifra record
L'Arcidiocesi della chiesa cattolica di Los Angeles ha accettato di pagare un risarcimento record di 660 milioni di dollari (pari a 485 milioni di euro) ad oltre 500 vittime di abusi sessuali compiuti da preti pedofili. Si tratta del risarcimento più alto mai accordato dalla Chiesa cattolica americana, da quando lo scandalo degli abusi sessuali compiuti dai sacerdoti sui minori venne alla luce nel

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