Finalmente qualcuno comincia a contestare Al Tappone per l’indecente gestione propagandistica del dopo-terremoto in Abruzzo (dopo l’indecente non prevenzione pre-terremoto). Uscendo coraggiosamente dal Truman Show della Televisione Unica, alcuni sfollati iniziano a domandarsi che senso abbia lasciar trasformare le rovine dell’Aquila e dintorni in un set cinematografico per le passeggiate del Cainano e della sua corte. Il défilé di gerarchi e gerarchesse sulle macerie, il Consiglio dei ministri all’Aquila, il 25 Aprile a Onna, e prossimamente il Primo Maggio dei sindacati di nuovo all’Aquila e l’immancabile G8 (inizialmente promesso ai napoletani, poi ai sardi, ora agli abruzzesi: avanti i prossimi). Si spera che qualche partito di opposizione, casomai ve ne fossero, raccolga il malcontento che sta montando nelle zone terremotate indipendentemente dalle istigazioni di Vauro e AnnoZero. Altrimenti quello è capace di dirottare sull’Abruzzo anche le selezioni di Miss Italia e di Miss Muretto, lo Zecchino d’Oro, il Festival di Sanremo, il Grande Fratello, la Fattoria e l’Isola dei Famosi. L’altro giorno, a Napoli (altro set d’eccezione per le esibizioni del Presidente Partigiano travestito da spazzino), due giovani abruzzesi l’hanno accolto in Prefettura al grido di “Non venire più in Abruzzo, ci stai rovinando”. I due, scampati al sisma, nulla hanno potuto contro la Digos, che li ha prontamente identificati. Ma alla fine li ha dovuti rilasciare perché “privi di precedenti penali”. Peccato: bastava un solo precedente, e il Cainano li avrebbe messi in lista per le Europee.
La signora Berlusconi si è innervosita, come darle torto. «Ciarpame senza pudore in nome del potere». Parla delle candidate scelte da suo marito il presidente del Consiglio per le prossime elezioni europee. «Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno dell'imperatore. Condivido». Chissà se hanno raccontato anche a lei la storia delle farfalline d'oro appese al collo delle ragazze devote e gentili, quelle chiamate a rallegrare le feste. Tutta Italia ne parla. Di certo ha saputo delle notti di suo marito in discoteca, a Napoli da una debuttante. «Una notizia che ha sorpreso molto anche me. Non è mai venuto a nessun diciottesimo compleanno dei suoi figli pur essendo stato invitato». In un paese qualunque sarebbe un conflitto coniugale. Nell'Italia del ciarpame senza pudore è un caso politico, essendo la moglie dell'imperatore l'unica ancora in grado di dire con una certa risonanza mediatica: è nudo. Vedremo come andrà a finire, se con una nottata a sorpresa con danza del ventre a Marrakesh come l'ultima volta (il cinquantesimo della signora) dopo il dispiacere causato da una signorina oggi famosa e
riverita. Che le vicende coniugali di Silvio Berlusconi abbiano rilevanza per la democrazia, che siano l'unico ostacolo in cui il premier rischia di inciampare è un serio motivo di riflessione. Questo è, bisognerà pure cominciare a trarne le conseguenze. L'Udc di Casini in affanno nella corsa alle veline candida Emanuele Filiberto di Savoia reduce dal successo di «Ballando sotto le stelle». A ciascuno il suo. La moglie non avrà da ridire.
Umberto De Giovannangeli ha avuto in anteprima la testimonianza di chi ha visto le centinaia di immagini finora coperte da segreto che testimoniano come il «protocollo di tortura» sui prigionieri di guerra degli Stati Uniti di Bush sia stato fino a pochi mesi fa un manuale adottato nei centri di detenzione Usa in tutto il mondo (Iraq, Afghanistan, Guantanamo): esecuzione simulata con pistola alla tempia, tecnica di annegamento con acqua su benda che copre naso e bocca, detenuti nudi al guinzaglio, assalto di cani. Non solo Abu Ghraib, molto di peggio e di più. Le foto che hanno fatto il giro del mondo - quelle della soldatessa che tiene al guinzaglio un detenuto, quelle dell'«albero di Natale» - sono solo una piccola parte del repertorio che i soldati americani nel mondo sono stati tenuti a seguire. Non certo per loro capriccio o particolare ferocia, come al principio si è cercato di sostenere, ma per rispetto di un codice di tortura ben noto al Pentagono e alla Cia. Obama svela ora quei metodi e quelle immagini, le foto saranno rese pubbliche il 28 maggio. Le associazioni umanitarie chiedono che sia tolta l'impunità per mandanti ed esecutori, il premio Nobel Paul Krugman vuole che sia istituita una commissione d'inchiesta. Intanto leggiamo e fin da ora guardiamo a occhi aperti. (…)
FRONTE DEL VIDEO
Maschi da Pdl
Maria Novella Oppo
Beatrice Lorenzin (Pdl) ieri mattina ad Omnibus ha lamentato il fatto che, quando viene candidata una donna, le vengano fatte «le analisi del sangue» (per non parlare delle misure anatomiche). Insomma, lo scandalo non sta, per la Lorenzin, nel fatto che Berlusconi metta in lista attricette e amichette sue, ma nel fatto che queste vengano giudicate dalla stampa solo per l’apparenza. Cioè per l’unica dote che di loro si conosca. La difesa della Lorenzin è ad personam, ma qualche ragione ce l’ha. Diciamo pure che non ci riguardano i rapporti che Berlusconi ha avuto, ha o spera di avere con le belle candidate, ma la sua idea della politica sì. I ricchi anzianotti si sono sempre circondati di ragazze in fiore: è squallido, ma umano. Un po’ disumano è invece che Berlusconi si sia sempre circondato, in azienda, in Parlamento e fuori, di condannati per mafia, corruzione e altri gravi reati. Questi signori sono tutti maschi e tutti piuttosto bruttini.
Geniale l’idea di Franceschini di invitare Al Tappone al 25 Aprile. Se prima c’era almeno un giorno dell’anno in cui il Cainano non si faceva vedere né sentire, barricato in casa con una scusa sempre diversa in attesa che passasse la nuttata (e la giornata), ora s’è impossessato anche di quello. Da sabato, chiunque dica qualcosa nell’anniversario della Liberazione, fosse pure Duccio Galimberti redivivo, viene oscurato da quel che dice Lui, col contorno di corifei e turiferari ansiosi di sottolineare la “grande novità”, la “pacificazione”, la “rinnovata unità nazionale”, addirittura la “fine della guerra civile”. Figuriamoci. Non c’è nessuna novità nelle cose dette dal premier sulle rovine di Onna col fazzoletto partigiano al collo: nel senso che ha già detto e contraddetto tutto e il contrario di tutto. S’è già proclamato antifascista e filofascista un centinaio di volte, sempre con smentita incorporata. Come ricorda Filippo Ceccarelli su Repubblica, aveva già rifilato “gli stessi ricordi familiari” (taroccati) e “le stesse calibrate professioni di fede nella Resistenza” nel 2001 al teatro Carignano di Torino e nel 2006 al Congresso americano davanti a decine di comparse (i parlamentari veri avevano di meglio da fare). Spiace guastare i festeggiamenti dei Pigi Battista e dei Massimo Franco, pompieri ufficiali del Corriere dell’Inciucio, ma la sceneggiata del Partigiano Silvio non ha affatto “offerto all’opposizione una piattaforma di valori comuni che non consentono più il lessico primitivo della delegittimazione reciproca”. Perché non è affatto vero che il 25 Aprile è “la festa di tutti”. La Resistenza e gli Alleati hanno liberato tutta l’Italia dal nazifascismo per restituire la libertà a tutti gli italiani. Ma non tutti gli italiani hanno il diritto di festeggiare. E non perché in Italia ci siano ancora i fascisti (sono pochi, per fortuna). Bensì perché in Italia ci sono milioni di persone che non si riconoscono nei princìpi fondamentali della Costituzione e della democrazia liberale: uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge senza distinzioni di razza, religione, sesso, idee politiche, condizione personale e sociale, libertà di espressione e di stampa, difesa del lavoro e del risparmio, indipendenza della magistratura, diritto di sciopero, finalità sociale dell’economia e così via. Il fatto che ora il Cainano ritiri una proposta di legge - quella sulla parificazione tra caduti partigiani e repubblichini - che nemmeno conosceva (o almeno così dice, e se fosse vero sarebbe anche peggio) è l’ennesima furbata. La vera sfida che dovrebbe lanciargli un’opposizione degna di questo nome è quella di abolire subito la legge più incostituzionale della storia repubblicana: il “lodo” Alfano che garantisce l’impunità a lui e ad altri tre mandarini, in palese violazione dell’articolo 3 della Carta fondamentale. La Costituzione e la Liberazione si celebrano tutti i giorni, oppure mai.
Vignetta di Mauro Biani tratta dal blog: http://maurobiani.splinder.com/
Messe, comizi, duetti e malanni il cinico indifferentismo del premier
FILIPPO CECCARELLI
TUTTO e il contrario di tutto. Quindi santa messa per i caduti nella cappella privata di Arcore e vibrante comizio in cui proclamare il dovere di «riaccendere la memoria»; composta partecipazione alla solenne cerimonia sul Quirinale e sonoro duetto con Apicella; scusa diplomatica di ordine sanitario e sdegnoso rifiuto motivato in nome della storia; pulsioni revisioniste, necessità di relax, sbrodolate retoriche, misteriosi silenzi, ricordi intimistici, voglia di distinguersi, lucide provocazioni, dinieghi giustificati per ragioni di sicurezza... Tutto e il contrario di tutto, ma sul serio: a cercare di capire come il presidente Berlusconi abbia vissuto il 25 aprile in questi ultimi 14 anni, ormai, di vita italiana si trova un tale assortimento, una così intensa e anche spudorata varietà di atteggiamenti da restare molto scettici di fronte a qualsiasi approccio ideologico e addirittura storico-politico, almeno nel senso delle tradizionali categorie non solo del fascismo o dell'antifascismo, ma anche delle modalità in cui queste si possono correntemente declinare. Detta in modo brutale: della Liberazione, nel suo intimo, al Cavaliere non «interessa» - per usare una parola neutra e anche cortese - assolutamente nulla. Certo non lo può dire, ma un esame onesto dei rilievi pubblici dice che è così. In compenso gli interessa moltissimo, il 25 aprile come occasione. Anzi, per l'esattezza, questa ricorrenza gli conviene, gli torna utile perché gli dà l' opportunità, volta per volta, di lanciare e calibrare messaggi di breve durata, ma di sicuro effetto. E in questo dispositivo lo aiutano moltissimo tutti quelli - non mancano mai! - che prendendo in genere la rincorsa dalla settimana prima gli ingiungono di fare questo o quello. E allora lui, regolarmente, prima fa il misterioso, prende tempo, lascia che questi diano corso a una limitata fantasia, e poi fa proprio quello che i suoi nemici non si aspettano. Sembra complicato, ma visto in sequenza, anno per anno, è un gioco che gli riesce benissimo. Suona un po' cinico? Pazienza. Così nel 1994, appena vinte le elezioni, ha raccontato che sul 25 aprile stava scrivendo un articolo, ma sapete com' è, ho dovuto interrompere, forse lo finisco stanotte. Quindi, cautamente, ha ventilato il rischio di strumentalizzazioni ed è finita con la messa, «con parenti e famigliari»; e con la manifestazione vista in tv. Però l'anno seguente: non posso venire, a Milano, è pericoloso, mi hanno sconsigliato (diceva Bossi, in effetti: «La presenza di Berlusconi sarebbe un affronto alle istituzioni»). Niente di rilevante nel 96, nel 97, nel 98, nel 99, nel 2000, salvo il fatto che alcune volte in quel giorno si vota e quindi c'è l'invito ai moderati a non fare il ponte. Nel 2001, quando sente odore di governo, invece si scatena. Al teatro Carignano di Torino infiamma la platea, parla di mamma Rosa eroica contro i nazisti, del papà antifascista e di lui bambino che l'aspettava ai treni, «questo è il mio 25 aprile!», manca poco che dica che Forza Italia ha fatto la Resistenza. Loda e ringrazia l'Unione sovietica, addirittura. Violante è quasi commosso, Folena parla del «premier partigiano». Però nel 2002 la butta sulla riconciliazione; nel 2003, quando Ciampi organizza una cerimonia sul Colle, se ne resta in Sardegna, oltretutto si è infortunato a San Giuliano, una brutta tendinite; nel 2004 Ciampi insiste, ma lui parte per Macherio con Apicella, ci sono delle canzoni da provare (Fassino freme di sdegno). Ma nel 2005, appena ricevuto un reincarico, finalmente Berlusconi si concede e va al Quirinale, si presenta con un’inconsueta cravatta rossa, e strizza l'occhio: «Ero in tono». E' tutto un po' così, difficile trovare una linea che non sia un astuto, funzionale indifferentismo in linea con i tempi. Nel 2007 il 25 aprile serve per osannare l'America in Iraq, così come serve lo scorso anno per ricevere per quel giorno un fascista storico e acerrimo come Ciarrapico a Palazzo Grazioli, mentre a 50 metri il presidente della Repubblica Napolitano depone una corona di alloro all'Altare della Patria. Vatti a fidare dei leader della post-politica. Vatti a fidare di una così immaginosa e abbagliante finzione da risolversi nella più opaca e indecifrabile realtà.
Non si può mai dire come andrà a finire. Fra settant'anni sapremo, non noi naturalmente: quelli che stanno per nascere sempre che qualcuno abbia conservato per loro le carte e le parole della storia. Un amico di mio nonno diceva che i somali scappavano in battaglia, aveva pratica di guerre d'Africa. Se fosse ancora vivo (potrebbe esserlo) magari sarebbe a quest'ora in crociera, avrebbe visto in faccia somali che non scappano e che coi kalashnikov, invece, assaltano le navi. Leggere cosa ne scrive Igiaba Scego è una lezione. Bisogna tenere il passo e il fiato del maratoneta, non farsi annebbiare dai clamori del momento che tanto passano in fretta. Farlo come un esercizio di salute quotidiana, come profilassi contro l'instupidimento virale e collettivo.
Dunque allora ricapitolando le nostre misere pene. Silvio Berlusconi il premier si è messo al collo il fazzoletto da partigiano e ha pronunciato per la prima volta nella vita parole alate sulla Resistenza. Siamo abituati a tutto. Proprio perché lo siamo - il turbante e la bandana, l'elmetto e il colbacco - sarebbe stato normale attendersi commenti di divertito o mesto scetticismo sull'ennesima carnevalata. Nel più arguto dei casi analisi del tipo: bene, Berlusconi vuole andare al Quirinale, si sa. Ha bisogno di farsi un maquillage da statista. Punta nel cammino (in vista delle europee: traguardo 51 per cento, ha detto) all'elettorato di centro. Quello di Casini che si fa campagna elettorale con la colomba della pace di Picasso (una gara tra pacificatori, in pratica) e a quello di centrosinistra moderato convinto che Franceschini sia un bravo ragazzo, sì, ma Berlusconi ha i soldi dunque dovendo scegliere - a parità apparente di gradiente democratico - meglio il più forte che ha sempre qualcosa in più da dare nella distribuzione dei pani. Berlusconi si mette il fazzoletto da partigiano perché vuole vincere a mani basse le europee e poi marciare diritto sul Colle. Uno spot persino ingenuo, avremmo potuto leggere.
Invece no, il contrario. Ecco analisi ammirate sulla «svolta storica», sull'«importante discorso di Onna». Ecco un minuzioso questionare sul tema: ha fatto bene o ha fatto male Franceschini a sfidarlo sul terreno del 25 Aprile? È stato un gol o un autogol? Chi ha vinto? E se avesse giocato a zona? Debole la difesa, buono il terzino avversario. Questo è il dibattito. Avvisiamo che c'è pane anche per domani, volendo. Difatti il premier ha detto che ritirerà il disegno di legge che equipara partigiani e repubblichini riguardo ai trattamenti pensionistici di guerra. Di più: ha detto che di quel testo ignorava l'esistenza (primo firmatario Lucio Barani, Pdl). Anche in questo caso si può: A) discutere se sia vero o no che Berlusconi non lo sapeva. B) decidere se la ritirata su Salò sia merito di chi l'ha chiesta o di chi per breve coerenza l'ha dovuta fare. In alternativa si potrebbe dire che è sempre preferibile un premier che ritira un ddl infausto a uno che fa le corna nelle foto, che si fa votare leggi per garantirsi l'impunità e che premia con seggi in Europa le più dotate, in termini volumetrici, tra le sue favorite. Purtroppo è la stessa persona.
Le parole di Silvio Berlusconi sul 25 Aprile non sembrano di quelle che possono essere ridimensionate nel volgere di qualche settimana. Suonano come la testimonianza di una svolta, ed eventuali intenzioni recondite non bastano a offuscare la portata simbolica dell’evento» (Paolo Franchi, Corriere della sera). «Un discorso di svolta. Sul piano politico è finalmente finito il dopoguerra». Berlusconi si legittima per il Quirinale? «Non da ieri. Vedo un cambio di rotta fin dall’inizio della legislatura» (Claudia Mancina, Il Giornale). «L’Italia trova finalmente le parole della riconciliazione nazionale celebrando insieme la “festa di libertà”. Il premier Berlusconi ha offerto all’opposizione una piattaforma di valori comuni che non consentono più il lessico primitivo della delegittimazione reciproca» (Pierluigi Battista, Corriere). «Col discorso a Onna, cuore dell’Abruzzo terremotato, il premier ha voltato pagina e cercato di cambiare il proprio profilo di fronte al Paese» (Massimo Franco, Corriere). «Berlusconi ha fatto un discorso da uomo che esprime il senso delle istituzioni» (Luciano Violante, Corriere). «Nulla sarà più come prima. Vittoria politica e trionfo di Silvio Berlusconi. Con la serenità del poi, il 25 Aprile 2009 si può annoverare tra le date spartiacque che sistemano gli argini della storia repubblicana. Sabato è accaduto qualcosa di grande e di significativo. Grondano di buone ragioni le parole pronunciate da Silvio Berlusconi. Non fatelo per noi, ma per le generazioni che verranno» (Angelo Mellone, Il Giornale). Dilaga in tutt’Italia la febbre supina.
Approfitto della giornata uggiosa per smaltire la corrispondenza. Ho ricevuto nelle ultime settimane moltissime mail (scusate il ritardo) di lettori indignati dalla candidatura di Sergio Cofferati alle Europee. Argomento: aveva detto che lasciava Bologna per stare con suo figlio a Genova e ora vuole andare a Strasburgo, vergogna. Mi hanno segnalato che esiste anche un gruppo su Facebook che mi chiede conto del pezzo che scrissi il giorno dell'annuncio. Dicevo, più o meno: non credo lo faccia per paura di perdere, credo sia invece sfinito dalle ostilità interne al partito e alla coalizione e che voglia davvero godersi questo figlio tardivo. Si sa che gli uomini ci mettono un po' più di tempo a capire le cose della vita, dunque evviva e benvenuto. Non ho cambiato idea. Credo che davvero sia stato oggetto di una formidabile resistenza ostile, che le alleanze trasversali che governano da decenni la città lo abbiano fin dal principio considerato un corpo estraneo e abbiano cercato di espellerlo. Qualcosa avrà fatto di buono, a Bologna, qualcos'altro meno: come tutti. Credo che a un certo punto ne abbia avuto abbastanza e che abbia pensato, complice il neonato: se la vedano i prossimi. Credo infine che abbia accettato la candidatura europea perché hanno insistito, da Roma, dicendogli che può essere utile alla causa e anche perché in Europa si lavora in media 3 settimane al mese 5 giorni a settimana, il resto da casa. È brutto dirlo ma è vero: la vita familiare è più semplice stando 15 giorni fuori confine che 30 dentro il palazzo.
Si potrà obiettare che pensare un poco anche a se stessi non è generosissimo. Vero, però è legittimo soprattutto se molto hai già dato. Aggiungo - mi si perdoni la notazione privata - che non sono «molto amica di Cofferati» come ho letto da qualche parte, nè di nessuno dei leader politici di maggioranza e di opposizione. Capisco che la prassi dominante sia questa tuttavia bisogna arrendersi ai fatti: un giornalista può anche avere rapporti di semplice cordialità e di lavoro, davvero può anche in Italia, a destra come a sinistra, poi proseguire diritto per la sua strada. Magari poi paga pegno, pazienza. Quindi chiudo, su Cofferati, dicendo che la condanna per comportamento antisindacale di ieri è un cupo segno dei tempi. Se non ho capito male il giudice ha considerato antisindacale il fatto che il Teatro Comunale di Bologna, di cui Cofferati sindaco è presidente, abbia affisso un cartello che avvisava che se non fosse andato in scena lo spettacolo a causa di uno sciopero a tutte le maestranze sarebbe stato decurtato il salario. La questione è regolata dal codice civile ed è così in tutti i teatri d'Italia, Scala compresa: se la prestazione non è realizzata - se lo spettacolo non va in scena - non si viene pagati. La «colpa» - il comportamento antisindacale - non è dunque costituita dalla decurtazione (legittima) ma dall'avviso, giudicato «intimidatorio». La morale è semplice: non bisogna affiggere cartelli. Zitti e mosca. Che tempi cupi. Il termovalorizzatore di Acerra è stato inaugurato in pompa magna e non funziona né funzionerà per molto tempo. Con gli annunci falsi si vincono le elezioni, con quelli veri si va in tribunale.
FRONTE DEL VIDEO
Malesseri da comunisti
Maria Novella Oppo
Lo sport preferito dai frequentatori più abituali dei talk show televisivi (Minzolini in specie) è esaltare il genio di Berlusconi, a prescindere. Ogni prova di bulimica e sconcia avidità del premier è occasione per un peana al quale ormai si associano quasi tutti. Ma quanto è bravo ad appropriarsi di tutto, a sfruttare il terremoto, la Resistenza e qualsiasi occasione, anche la più funesta, gli si presenti; perfino il corpo inerte della povera Eluana! Non c’è limite , invece, alle critiche rivolte alla sinistra, così antipatica come l’ha descritta per primo il sociologo «di sinistra», Luca Ricolfi, il più amato dalla destra italiana. Alcuni giornalisti «indipendenti» dicono poi che la sinistra è incapace di fare proposte concrete, solo perché loro sono i primi a non riferirne. E c’è perfino il caso di alcuni comunisti che annunciano, come ha fatto Marco Rizzo ad Omnibus, che la sinistra è morta solo perché loro non si sentono troppo bene.
Il video "Giuliani - L'uomo che ci salvò la vita", che ha superato le 50.000 visualizzazioni in pochissimi giorni, è stato disattivato da YouTube per non meglio precisate Violazioni delle norme della community.
A chi tenta di visualizzarlo, all'indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=GvQ2IRsBbGk, viene mostrato un laconico messaggio: questo video è stato rimosso a causa della violazione dei termini e condizioni d'uso.
Zorro
Marco Travaglio
Il Giornale e Littorio Feltri non han gradito la puntata di Annozero su Montanelli e quel che resta dell'informazione. «Manipolatore. Santoro stravolge Montanelli», tuona quel che resta del Giornale. «Indro si rivolta nella tomba» titola Libero, giornale-ossimoro. Poveretti, vanno capiti. Speravano di cavarsela con le solite appropriazioni indebite. Gli è andata buca: Santoro ha resuscitato Montanelli mostrando con i filmati quel che diceva e pensava di Berlusconi, del fu Giornale e di Feltri, sbugiardato in diretta al Raggio Verde. Mario Giordano, che Montanelli non l'ha mai visto neppure in cartolina, ne parla come di un vecchio amico e si scortica le ginocchia con un'intervista-scendiletto a un testimone super partes: Fedele Confalonieri. Domande ficcanti: «Mi commuovo anch'io», «Voi gli volevate bene?», «Sciacallaggio?». Altro titolo memorabile: «Santoro, giù le mani da Montanelli» (sul Giornale da cui fu cacciato nel '94). Feltri non s'è ancora riavuto dalla figuraccia del Raggio Verde. Dimentica di raccontare che, sei mesi prima della cacciata di Montanelli, si accordò con Berlusconi per prenderne il posto. E spara elegantemente sulla tomba: «Montanelli inconsapevolmente si vendette alla sinistra. Sull'ultimo capitolo della sua vita, quando non era più lui ma un novantenne esacerbato dal rancore, conviene sorridere». Ridi, ridi. Annozero voleva confrontare il giornalismo di Montanelli con quello di oggi. Grazie a Giordano e Feltri, ci è riuscito. «Il disprezzo diceva Indro citando Chateaubriand va usato con parsimonia, in un paese così pieno di bisognosi».
Proviamo a dire le cose in modo semplice. La pacificazione nazionale è una cosa seria e auspicabile. Quasi nessuno ha più la forza, il tempo, l'energia e la costanza di rendimento necessarie a vivere in una perpetua battaglia fra buoni e cattivi, indiani e cow boy. Siamo stanchi di affrontare discussioni intrise di pregiudizi e mai di giudizi, mai nel merito delle questioni, mai al cuore delle cose. Sarebbe bello che arrivasse il giorno in cui ci si misura adesso, su quello che siamo capaci di fare e di cui c'è bisogno: sulla base delle forze reali in campo, delle energie e dei talenti. In altri paesi a noi vicini per scrivere una legge sul rispetto della memoria tra vincitori e vinti ci sono volute due generazioni: possono farlo i nipoti, meno facilmente i figli di chi c'era, mai chi c'era. Non è difficile capire perché. Servono onestà d'intenti, chiarezza di vedute, serietà. È soprattutto per questo, per la serietà, che risulta molto poco credibile un appello alla pacificazione (all'equiparazione tra chi ha fatto la Resistenza e chi ha combattuto fino all'ultimo a fianco dei nazisti) proposta da un leader politico che non si caratterizza per doti di saggezza austera, di sobrietà sapiente. Silvio Berlusconi è solito far ridere - o piangere, dipende - per i suoi motti di spirito il mondo intero. È famoso per la capacità di ridurre a fatto personale qualsiasi vicenda o relazione politica, si tratti di Gheddafi di Rasmussen o di Putin. È celebre per la passione per i sondaggi e per una certa mobilità di comportamento a seconda delle private convenienze. Gli italiani lo hanno votato dunque si comporta come ritiene utile in quel momento. Altrettanto legittimamente (in base all'esperienza) noi siamo autorizzati a diffidare. Quando propone di chiamare la Festa della Liberazione, da domani, Festa della Libertà ci viene in mente che il suo partito si chiama «delle Libertà», diventerebbe anche questa la sua festa. Ci ricordiamo di quando fondò Forza Italia facendo il verso al tifo per la Nazionale appropriandosi del colore azzurro. Berlusconi è solito far suo quello che è di tutti. Ha una certa sapienza nell'utilizzare quel che si trovi a portata di mano per un personale incremento di polarità, 25 Aprile compreso. Del resto non aveva mai festeggiato questa data, l'ultima volta irridendola con «ho da lavorare»: lo ha fatto ieri sulle rovine di Onna per la prima volta, fazzoletto tricolore al collo. Quanti punti nel gradimento? Apicella ha pronto l'inno? In generale, nel tempo e nelle grame condizioni in cui viviamo, crediamo che sia meglio non lasciarsi illudere e preservare, al posto dell'equidistanza, la giusta distanza. Conviene, sul crinale della democrazia, praticare la prudenza. Del resto c'è molto da fare. In Abruzzo, per dire, si cercano ancora i dispersi. Le notizie ufficiali non ne parlano ma mancano ancora all'appello 50 persone. Lo avete sentito dire da qualcuno? Da leggere l'intervista di Giovanni Maria Bellu al sindaco di Gela Rosario Crocetta, un resistente dei giorni nostri minacciato di morte per la sua lotta al racket mafioso. Questo governo voleva cambiare nome all'aeroporto Falcone-Borsellino perché «porta jella e avvilisce i turisti». Lo dico per promemoria, a proposito delle reali intenzioni e del marketing politico.
FRONTE DEL VIDEO
Il Tg1 e la censura a pale
Maria Novella Oppo
Ma chi comanda al Tg1? Partiti Riotta e Sassoli, in attesa del peggio (Belpietro?) che deve ancora arrivare, sembra regnare la confusione più totale. Tanto che ieri i servizi sulle cerimonie del 25 aprile, nell’edizione delle 13.30, risultavano del tutto incomprensibili. Infatti chi li aveva, diciamo così, «impaginati» ha confuso il prima col dopo e perfino i luoghi nei quali si svolgevano le cerimonie. Cosicché, al normale telespettatore, che (purtroppo!) non è un decriptatore di messaggi cifrati, sembrava che Napolitano, Berlusconi e Franceschini avessero detto tutti le stesse cose. In realtà, poi si è capito che Berlusconi in mattinata aveva dichiarato e più tardi, come al solito, smentito. Ma il Tg1 era animato dalla volontà di nascondere ogni polemica, al punto che tutto l’audio del discorso del premier a Onna è stato reso inascoltabile dal rombo di un elicottero che girava sul suo capo. Cioè sul capo del Tg1, che ha mandato in onda il primo fragoroso caso di censura a pale.
l’Unità
DOMENICA
26 APRILE 2009
P.S. Va precisato – ad onor del vero – che analogo servizio del Tg3 era altrettanto disastrato. Evidentemente era mancato il tempo per “ripulirlo”, perché nell’edizione delle 19,00 quel rumore delle pale di elicottero era magicamente scomparso.
Già deputato del Pli e poi di FI, aspirante alleato della Lega, sottosegretario di due governi Berlusconi, autocandidato per il centrosinistra, assessore comunale col centrodestra a Milano e sindaco centrista di Salemi, Vittorio Sgarbi sarà in lista con l’Udc per le europee. L’ha annunciato sul Giornale: «Una scelta di coerenza». Sempre stato un fan di Casini. Infatti nel 2001, quando Piercasinando esordì alla Camera invocando la Madonna di San Luca, Sgarbi lo prese per i fondelli: «Vorrei sapere chi scrive i discorsi a questo qui. Questo è un Parlamento democristiano monocolore sotto giurisdizione del Vaticano, ma il riferimento alla Madonna sembra fatto apposta per scatenare l’ironia». Pier replicò tre anni dopo: «Sgarbi è straordinario, ma quando non parla di politica: ah, se parlasse sempre solo d’arte…». Sgarbi intanto, superato quello azzurro, quello bianco e quello verde, era entrato nel periodo rosè. E invitò Casini a «passare subito al centrosinistra per costruire un grande centro» (testuale). Ora, se andrà a Bruxelles, sarà interessante seguirlo sul fronte della difesa della «famiglia tradizionale», cavallo di battaglia dell’Udc. Il suo contributo al tasso di natalità è di tutto rispetto, anche se con donne diverse: «Io – ha svelato nel 2003 - di figli ne ho tre ufficiali e uno dubbio: c’è pure un bambino che mi ha visto e mi ha chiamato papà, ma non so bene come stanno le cose... Ma, se una ragazza rimane incinta, mica può disfarsi di un figlio di Sgarbi: è un patrimonio». Parole che non hanno lasciato insensibili i promotori del Family Day: abile e arruolato.
l’Unità
MARTEDÌ
21 APRILE
2009
Intervista a Raffaele Guariniello
Questa modifica è pericolosa
Una normaconfusa, ma cambia il Codice Penale in un punto chiave per gli incidenti sul lavoro
MARCO TRAVAGLIO
Procuratore Raffaele Guariniello, quali conseguenze avrebbe l’emendamento “salva-manager” sui processi per gli infortuni e le morti sul lavoro?
«La norma è molto confusa e di difficile interpretazione. Quel che è certo è che modifica il Codice penale su un principio basilare, soprattutto nei processi per violazione delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il principio è che non impedire un evento che si ha l’obbligo di prevenire, equivale a cagionarlo. Tutta la cultura della prevenzione ruota intorno a questo principio. Che ora l’emendamento, infilato all’ultimo momento nel testo, va a modificare, riducendone l’ambito di applicazione». In che modo?
«Par di capire che chi, pur avendone l’obbligo, non ha fatto nulla per impedire un evento, come l’infortunio o la morte di un lavoratore, non sarebbe più chiamato a risponderne se non ricorreranno quattro condizioni che l’emendamento elenca. La quarta è la più insidiosa: prevede che, per processare il datore di lavoro o il responsabile della sicurezza, l’evento non deve essere “imputabile” a una serie di “soggetti” previsti dal decreto “per la violazione delle disposizioni ivi richiamate”. Tra i quali il lavoratore».
Cioè: se il lavoratore, come spesso sostengono le imprese, non ha seguito fino in fondo le norme sulla sicurezza e si fa male, il datore di lavoro è salvo anche se corresponsabile nell’infortu nio?
«Certo, la norma apre la strada anche a questa interpretazione. Che oggi, con la norma vigente, sarebbe insostenibile. Il lavoratore non è un computer, una macchina: può darsi che, lavorando con mansioni particolarmente faticose, abbia qualche attimo di distrazione. Oggi, se si fa male, non c’è dubbio che l’imprenditore o il responsabile della sicurezza che non hanno adottato le misure di prevenzione previste dalla legge, vadano processati e condannati lo stesso, per concorso di colpa. Con la nuova norma, qualcuno potrebbe anche sostenere il contrario, spazzando via il concorso di colpa». Pare l’ennesima legge su misura per i processi in corso, dal rogo della Thyssenkrupp ai morti dell’Eternit. «Dei singoli processi, ovviamente, non parlo. E’ un fatto che le difese degli imprenditori imputati sostengono di solito che infortuni e morti sul lavoro sono colpa degli operai distratti o refrattari a prendere precauzioni. Ammesso che le cose siano andate così, oggi questo non esime i responsabili aziendali dalle proprie responsabilità penali. L’emendamento invece rimette tutto in discussione». L’ennesima legge incostituzionale?
«Qualche dubbio, anche sotto questo profilo, sussiste per la possibile violazione dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. La limitazione del principio “non impedire un evento equivale a cagionarlo” non riguarda tutti i reati, ma soltanto — dice l’emendamento — “le norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro”».
Siamo diventati bravissimi nella retorica dell'ipocrisia, così bravi che nessuno si domanda più l'oggetto quale sia: di cosa, davvero, stiamo parlando. Si apre a Ginevra la conferenza Onu su razzismo e xenofobia nel mondo. Il presidente iraniano dice quel che sempre dice, lo fa anzi questa volta - come il delegato vaticano nota - con insolita discrezione rispetto all'abituale sua violenza non solo retorica. Dice che Israele (senza nominarlo) «ha privato della terra un'intera nazione istituendo un governo razzista nella Palestina occupata». Risultato del prevedibile intervento: indignazione dei delegati Ue che, con l'eccezione del Vaticano, abbandonano i lavori. Come molti altri paesi, America in testa, l'Italia non si era neppure presentata allineandosi al preventivo timore di un «attacco antisemita». Risultato, come Tobia Zevi fa oggi notare: di razzismo e xenofobia nel mondo non si parla sui giornali che riferiscono del vertice. Si parla di Ahmadinejad, della sua campagna elettorale. L'antisemitismo è una piaga purulenta e persistente che il governo italiano giustamente addita, tanto più meritoriamente trattandosi di un governo che vede tra i suoi alleati gli eredi del partito fascista. Giusto domenica scorsa il sindaco Alemanno festeggiava il Natale di Roma con l'alloro in testa, sui maxi schermi un documentario celebrativo di Mussolini. Facciamo finta che siano tutti convinti che le leggi razziali siano state una macchia e una vergogna. Spostiamo ora l'obiettivo sull'intransigenza antirazzista dentro casa. Ci perdoni chi crede che i due piani siano molti distanti ma crediamo che si debba essere ugualmente severi con chi offende e attacca i popoli e le razze. Sporco ebreo o sporco negro, per intenderci. Allora se ci concentriamo sulle misere vicende di casa nostra osserveremo che lo stesso governo che diserta impegni internazionali in nome del giusto disprezzo dell'antisemitismo non trova il tempo né la forza per combattere la battaglia antirazzista nei luoghi dove l'odio fiorisce rigoglioso: gli stadi. Avrete seguito la vicenda di Balotelli, l'ultima. Saprete che a causa degli insulti al giocatore la Juve giocherà la prossima partita a porte chiuse. Vi pare che basti?
Leggete le parole di Lippi, quelle di Gianfranco Zola raccolte da Malcom Pagani. In Italia non esiste una legge che punisca con sanzioni pesanti il razzismo negli stadi. In Spagna sì, per esempio: tolleranza zero. Da noi decide il giudice sportivo. Un governo capace di pensare leggi ad hoc sul testamento biologico (se ne stava facendo una per Eluana Englaro) sulla violenza sessuale (caccia ai romeni violentatori, certo), sui manager accusati di causare la morte in fabbrica (leggete cosa dice a Marco Travaglio il giudice Guariniello a proposito del processo Thyssen) ecco questo governo non è in grado di proporre una legge che recepisca la piattaforma Uefa contro il razzismo. Come mai? È un test, si accettano risposte. Buone notizie, ora. Claudia Fusani racconta delle prime lauree a L'Aquila dopo il terremoto. Sono 27, una per Lorenzo Cinì: l'ha ritirata suo padre,
Lorenzo non c'è più. Ascanio Celestini scrive di «Lotta di classe»: la battaglia dei lavoratori precari dell'Atesia. La buona notizia, in questo caso, è che qualcuno ancora ne parli.
FRONTE DEL VIDEO
Padroni di bassa lega
Maria Novella Oppo
Un miliardo di persone guarda in tv gli altri 5 miliardi di esseri umani che muoiono di fame. E questo, come ha detto nel corso dell’Infedele il sociologo Luciano Gallino, è il crollo della civiltà. La nostra beneamata civiltà occidentale, che al presente, non dimostra alcun merito particolare in ragione del quale noi siamo i soli a potercela decentemente passare e spassare su questa Terra. Terremoti e altri disastri naturali a parte, che poi, molto spesso, si accaniscono proprio sui più poveri ed esposti alle calamità. Oppure su quelli più esposti alle devastazioni del profitto. Tutte cose che non dovrebbero farci dormire la notte, ma che non toccano il sindaco di Verona Tosi, il quale, durante tutta la trasmissione, ha sciorinato i precetti leghisti su immigrazione e assistenza, secondo la rudimentale ideologia «padroni a casa propria». Come se la casa fosse un pianeta inviolabile, attorno al quale ruota l’universo. Infatti, per la Lega, la rivoluzione copernicana non è mai avvenuta.