Ci stavamo riprendendo dalle lacrimazioni di Pigi Battista per l’insuccesso del film del regista polacco Andrzej Wajda sul massacro sovietico a Katyn, allarmante «flop dell’anticomunismo al botteghino», quando siamo stati colpiti da un’altra notizia choc: il «vero e proprio ostracismo politico» inflitto dalla «cosiddetta cultura di sinistra» ai danni di Umberto Tozzi. Il quale, stufo di subire in silenzio, ha deciso di denunciare in una dolente autobiografia l’occhiuta censura subita per mano degli efferati «critici radical chic», ansiosi di fargli pagare il suo coraggioso «non schierarsi politicamente». Il nome di Tozzi, indimenticato autore di versi poetici come «Gloria manchi tu nell’aria/ manchi ad una mano/ che lavora piano/ manchi a questa bocca/ che cibo più non tocca/ e sempre questa storia/ che lei la chiamo Gloria», si aggiunge a quello di tante altre ugole sprofondate nel Triangolo della Morte e costrette all’esilio dalla Volante Rossa: da Memo Remigi a Fred Bongusto, da Pupo ad Al Bano. Perciò abbiamo atteso con ansia che il congresso del Popolo delle Libertà, il partito che «è già al 42% e punta al 51», tributasse il giusto omaggio alle vittime della censura comunista, al botteghino come in discoteca. Invano. A parte Apicella, nessun musicista è stato citato. Per Wajda, si può capire: non avendo diretto reality o lavorato per Saccà, era impensabile che uno dei 6mila delegati sapesse chi è. Resta da spiegare il silenzio su Tozzi: forse, raffrontando i suoi versi ermetici con «Meno male che Silvio c’è» e con le liriche di Bondi, l’hanno preso per comunista.
I sindacati di polizia - tutti con l'eccezione degli autonomi, da Cgil a Ugl - hanno manifestato ieri davanti al Viminale per protestare contro i tagli del governo alle forze di polizia. Incredibile per una compagine di governo che ha condotto tutta la sua campagna elettorale sulla sicurezza, no? Eppure è così, lo diciamo da settimane: le ronde sono una soluzione palliativa, sostitutiva, in sé pericolosa. Il compito di proteggere i cittadini spetta alle forze di polizia: che siano dotate dei mezzi necessari, allora. Questo dovrebbe fare il governo. Massimo Solani ha raccolto cifre (tre miliardi e mezzo tagliati, auto senza benzina, organici scoperti, casse vuote) e opinioni. In qualche caso sfoghi amareggiati e rabbiosi. Un agente gli ha raccontato la sua più recente incredibile storia: ha dovuto anticipare di tasca sua i soldi necessari ad un'importante azione di pedinamento per sventare una banda di criminali. Non c'erano soldi in cassa, è partito staccando lui un assegno. Eroi anonimi, servitori dello Stato che resistono con le proprie forze allo smantellamento di un sistema di regole e di servizi fino a ieri - ancora fino a ieri, prima che l'ultima ondata di demagogia ci travolgesse - garantivano a questo Paese una convivenza scritta nella cornice delle leggi e della Costituzione.
Ma celebrato il congresso di fondazione della forza politica in cui la maggioranza degli italiani si riconosce Silvio Berlusconi ha altro a cui pensare. Deve completare la presa di possesso definitiva di tutti i mezzi di comunicazione, dal Piano P2 in avanti l'architrave (insieme alla demolizione della magistratura, anche qui siamo avanti) della edificazione del suo progetto. Dunque ora tocca alla Rai: l'ex direttore del Giornale di famiglia Maurizio Belpietro è il favorito per il Tg1, la prima rete di Stato per cui noi tutti paghiamo il canone. Intanto sono cosa fatta i giri di poltrona dei due più importanti quotidiani di informazione politico economica. Al Corriere della Sera torna Ferruccio De Bortoli, gli auguriamo di cuore che non abbia a patire di nuovo gli attacchi che proprio Berlusconi gli mosse negli anni della sua passata direzione e che ne determinarono le dimissioni. De Bortoli non avrebbe accettato se così non fosse, ci diciamo tra noi che conosciamo le ingiurie del mestiere. Speriamo apertamente nella forza della sua indipendenza, nella sua autonomia. Gianni Riotta lascia il Tg1 e va a dirigere il Sole 24 Ore, quotidiano di Confindustria. Anche a lui servono molti auguri e qualche amuleto. In Sicilia, regione a lui cara, giusto ieri Pino Maniaci di TeleJato, impegnato in una lunga battaglia contro la mafia e già minacciato e intimidito, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione. Non aveva la patente per parlare. Non aveva padrini. In questo giorno sia accomunato ai suoi colleghi con la tessera professionale, si senta in buona compagnia. Non lo perderemo di vista. Paola Natalicchio è stata ad Auschwitz insieme agli studenti portati dalla provincia di Roma, c'era con lei Piero Terracina, 81 anni, sopravvissuto al campo. Leggete le parole di quest'uomo. Poi quelle di Andrè Glucksmann, in Cultura, a commento degli scritti di Anna Politkovskaja. Oggi Obama arriva in Europa. Guardiamo anche fuori dai nostri confini, ogni tanto. Fa bene.
FRONTE DEL VIDEO
I gridolini d'orrore dei «liberali»
Maria Novella Oppo
Nel giorno in cui An è stata sciolta nell’acido della tv, molti i commenti funebri, se non commossi, almeno partecipi. Non si spiega invece come mai nessuno si sia preoccupato dello scioglimento di Forza Italia, che giacerà insepolta all’interno del nuovo sedicente popolo. Noi ce ne faremo sicuramente una ragione, come dovranno farsene una ragione, in rappresentanza delle vecchie componenti, anche le deputate Lorenzin e Perina, che partecipavano l’altra sera alla puntata di Otto e mezzo insieme al giornalista John Hooper, dell’Economist, giornale di destra, come ha voluto precisare lui stesso. Un tipo tosto, cui nessuna forza al mondo avrebbe potuto impedire di dire che «Berlusconi, se non fosse sceso in politica, sarebbe finito in prigione». La Lorenzin ha emesso gridolini di orrore che non hanno smosso l’inglese. Infatti, come ha detto lo stesso Berlusconi nel suo autopeana fondativo, da noi la rivoluzione liberale non è avvenuta, ma in Inghilterra sì.
Fortuna che ci ha pensato Al Tappone a colmare una delle tante amnesie dei suoi servi sparsi nei giornali, a proposito della storia di Forza Italia. Ricordando Craxi al congresso, il Cainano ha finalmente ammesso ciò che nessuno, nemmeno lui, aveva mai osato scrivere: e cioè che dietro la nascita di Forza Italia c’è la mano furtiva del noto corrotto latitante. L’avesse ammesso nel ’94, non avrebbe preso un voto. Infatti allora lo negava: «È una falsità, una cosa senza senso dire che dietro il signor Berlusconi ci sia Craxi. Non devo nulla a Craxi e al cosiddetto Caf» (Mixer, 21 febbraio 1994). «Forza Italia e Craxi sono politicamente lontani anni luce» (Repubblica, 1 ottobre 1995). «Posso assicurare che politicamente non abbiamo nulla a che fare con Craxi, e siamo stati molto attenti anche nella formazione delle liste elettorali. Non rinnego l’amicizia con Craxi, ma è assolutamente escluso che Forza Italia possa avere avuto o avere alcun rapporto con Craxi» (2 ottobre 1995). Infatti, ancora cinque anni fa, Stefania Craxi dichiarava: «A Berlusconi non perdono di non essere mai stato a trovare mio padre neppure una volta» (Corrieredella Sera, 2 agosto 2004). Ora, dopo l’elezione della signora alla Camera e le sue lacrime alla standing ovation congressuale, è tutto dimenticato. Nessuno invece ha voluto tributare i giusti onori ad altri due padri fondatori: Vittorio Mangano, prematuramente scomparso nel 2000, e Marcello Dell’Utri, inspiegabilmente emarginato al congresso. Eppure, come racconta il suo ex consulente Ezio Cartotto, fu proprio Marcello a inventare il partito azienda, e fin dall’estate ’92, dopo la strage di Capaci, gli commissionò in gran segreto «un’iniziativa politica della Fininvest» al posto del Caf agonizzante per Tangentopoli. L’anno dopo, quando tutto era ormai pronto, Vittorio Mangano - l’ex «stalliere di Arcore» da poco scarcerato dopo 11 anni di carcere per mafia e droga e promosso boss di Porta Nuova - fece la spola tra Palermo e Milano. Qui nella sede di Publitalia - come risulta dalle agende sequestrate alla segretaria di Dell’Utri - Marcello e Vittorio s’incontrarono il 2 e il 30 novembre ’93. Lo scrive il Tribunale di Palermo che nel 2004 ha condannato Dell’Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri fu «disponibile verso l’organizzazione mafiosa nel campo della politica, in un periodo in cui Cosa Nostra aveva dimostrato la sua efferatezza criminale con stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato». Infatti Marcello incontrava Mangano mentre era «in corso l’organizzazione del partito Forza Italia e Cosa Nostra preparava il cambio di rotta verso la nascente forza politica»: prometteva «precisi vantaggi politici» e «aiuti concreti e importanti a Cosa Nostra in cambio del sostegno a Forza Italia». Standing ovation, please.
Nel giorno dell'apoteosi del profeta della Terza era della Ricostruzione (nessuno sa quali siano le prime due, forse le avremo più avanti come in Guerre stellari) ogni altra notizia impallidisce. Abbiamo assistito ieri mattina all'incoronazione per acclamazione di un uomo che ha distribuito in pergamena il suo discorso di 15 anni fa - rilegato in un libro fiabesco - e che lo ha ripetuto quasi identico oggi, del tutto incurante di quel che accade nella vita attorno a lui. Un uomo che ignora la realtà: semplicemente la racconta come vorrebbe che fosse. La scuola degli e-book e i pieni poteri al capo. Lui stesso capolista alle Europee, cosa volete che sia se è del tutto evidente che non lascerà Palazzo Chigi per andare a Strasburgo. Una candidatura di bandiera, ha detto sfidando Franceschini a fare altrettanto. Quale bandiera? I voti li prende lui e in Europa ci andrà qualcun altro come del resto è accaduto e accadrà (vedrete Bologna e Firenze) nelle Regioni e nelle città. Tuttavia va detto, lo scriviamo nella cronaca, che non c'è niente di plastificato né di ingigantito - 15 anni dopo la fondazione - nel mondo di proseliti, l'Esercito del Bene giusto ieri incaricato con gesto solenne di farsi nel Paese «missionario della libertà». È divenuto nel tempo, il Popolo berlusconiano, un mondo reale di persone reali, un'Italia che ha scelto il posto al sole, quello delle promesse e delle illusioni: un'Italia (come spesso è accaduto nella storia) semplicemente appagata dallo stare con chi vince. Si mescolano così i volti lombrosiani degli antichi camerati di An con quelli incolpevoli dei diciottenni che nel '94 andavano all'asilo, coetanei di Araba Dell'Utri quando seienne manifestava per il mantenimento dei Puffi nelle tv dell'amico di papà. Si confondono i garofani dei socialisti con gli ex dc siciliani oggi autonomisti per convenienza, assessori incaricati di costruire il ponte sullo Stretto e imprenditori ansiosi di realizzarlo, un immenso sottobosco di potere dove si intrecciano interessi bancari e richieste di particine tv, preti ed ex radicali, belle ragazze e vecchie volpi, quarantenni felici di essere missionari in un mondo di villette bifamiliari in Brianza in procinto di avere un vano in più. Berlusconi il profeta annuncia che arriverà al 51 per cento e la folla lo osanna: in assenza di argini non è detto che non gli riesca.
Quanto alla realtà, proviamo a fare un sunto delle notizie che ieri non hanno trovato posto al Padiglione 8 della fantascientifica scenografia della Fiera di Roma, culla della nuova Era di Silvio Re.
Un geometra di 55 anni licenziato da mesi, e incapace di trovare un nuovo lavoro, si è impiccato a Genova lasciando un biglietto di scuse al figlio. I bambini disabili sono in aumento ma non avranno, a scuola, insegnanti di sostegno: la prospettiva è quella di fare «classi del sorriso» separate da quelle dei bimbi «normali». Tipo le differenziali, per chi se le ricorda. In compenso Gelmini e Berlusconi promettono l'e-book: il libro elettronico. Sarà bellissimo vedere i bambini disabili affidati cinque alla volta a un solo disperato maestro studiare sull'e-book.
Magistratura democratica ha chiuso a Modena il suo congresso. Un documento di otto pagine, durissimo, chiama alla difesa della Costituzione. Berlusconi dalla Fiera dice di volerla aggiornare, piuttosto. Alleggerire dalle incrostazioni. I magistrati, come sempre, guastano la festa.
L'acclamazione oceanica, così nasce un partito
di Concita De Gregorio
È l’una di domenica mattina, per chi ci va l’ora della Messa, quando Silvio Berlusconi dice: «Il Popolo della Libertà guiderà la Terza Ricostruzione». La sua immagine è riprodotta in cinque megaschermi, migliaia di occhi sono puntati sul replicante gigantesco in video, nessuno guarda l’uomo in carne ed ossa minuscolo, quasi invisibile laggiù. Fuori dal padiglione 8 centinaia di persone premono per entrare ma non si può, la sala è troppo piena. Urlano, sono assessori e consiglieri, presidenti di municipalizzate con le mogli: ne hanno diritto, hanno fatto ore di viaggio e vogliono sentirlo. Il megamostro della nuova Fiera di Roma costruita nel nulla brulica di popolo delle Libertà: sulle scale mobili e sui tapis roulant, lungo i chilometrici corridoi, nei sottoscala a scambiarsi numeri, sotto le gallerie di plastica a ripararsi dal vento. Una città fantasma improvvisamente abitata da una folla compatta. Cosa ha detto? Chiede sudato un siciliano sui sessanta in abito scuro rimasto fuori a premere. Ha detto: guideremo la terza ricostruzione, risponde la guardia privata che gli inibisce l’ingresso.
Il boato di applausi filtra dalla porta antipanico socchiusa. Il popolo della Terza Ricostruzione gioisce, dentro e fuori. Quali siano state le Prima e la Seconda ricostruzione non è importante. Di cosa si nutrirà la Terza in fondo nemmeno. Quello che conta è avere un compito: una missione supereroica e intergalattica, un posto magnifico dove andare tutti insieme a bordo di autoblu in corsia preferenziale, ma anche no.
Gli italiani stanno con chi vince. È una storia antica. Francia o Spagna. Gli italiani - la maggioranza degli italiani - acclama il vincitore: il suo potere, la sua corte, si lascia accarezzare dai tentacoli lunghissimi che tintinnano denaro, occasioni, opportunità, promesse. Cerchi concentrici di benefici a cascata, dalla sorgente fino all’ultimo rivolo. Gli italiani hanno famiglia. Stare al sole conviene, chiunque abbia buon senso capisce che è meglio di rabbrividire all’ombra. Si spostano rapidi, a volte - nella storia - hanno cambiato colore in un giorno. Non tutti certo. Naturalmente non tutti: moltissimi però. «Siamo il 44 per cento», dice ora l’onnipotente dal palco. Se anche fosse il 40 o il 38 non cambierebbe molto. È vero: sono passati 15 anni dalla discesa in campo, non un giorno, ma quel che è successo è questo. Qui non c’è più il partito di plastica della fondazione, i venditori di Publitalia e i dirigenti della Standa. Non c’è più lo scheletro d’acciaio messo su da Scajola con le tessere di quelle che furono i resti della Dc e del Psi. Non c’è solo il Sud degli apparati, il Nord delle fabbriche, la nomenklatura degli aspiranti potenti.
Nel padiglione 8, oggi, c’è un pezzo importante di paese reale - pochi i vecchi, molti i nati e cresciuti nel frattempo - che crede e acclama il profeta della Terza Ricostruzione. «Missionari della libertà» che dalla missione hanno e avranno solo da guadagnare: piccole commesse e grandi appalti, un posto per il figlio e una particina in tv, un invito a cena, un contratto da consulente alla provincia, un lavoretto o un ministero. Sotto il palco due bellissime ragazze gemelle - una in stivali bianchi, l’altra in sandali di strass - implorano la body guard: «Ci lasci passare, noi lo conosciamo bene. Vedrà: se ci vede ci riconosce». Lui sorride e risponde «non ne dubito, il presidente ha buon gusto». Luisa Todini, ex giovane imprenditrice funzionale al progetto qualche lustro fa, sfila via da un corridoio laterale. Nuove diciottenni vestite di azzurro avanzano. «Salutami il ministro», dice con forte accento calabrese un corpulento stempiato a una post-adolescente.
Lei annuisce e inclina il capo correndo. Nel discorso della fondazione non c’è nulla. L’unica notizia è che sarà capolista alle europee, del resto si sapeva. Il presidente del consiglio capolista per l’Europa: ovvio che non ci andrà mai. Sfida l’opposizione a fare altrettanto come se fosse il suo un gesto nobile anzichè una truffa. Per il resto: nulla di nuovo, nulla di vero. Berlusconi ha preparato un compito per punti. I giovani, due minuti: no agli aiutini, «no alle corsie preferenziali come nel ’68», case ai ragazzi per «farli uscire dal guscio». Applausi, inquadrature di studenti adoranti. Scuola e università: quattro minuti. Rivoluzione digitale a scuola. E-booking. Gelmini Applaude dietro gli occhiali. Chiudere le piccole università premiare le grandi. No alle baronie di parenti e amici. Nuova ovazione. Donne: tre minuti. «Esiste una questione femminile in posizioni di vertice». Giorgia Meloni fa sì con la testa schierata in prima fila col governo al completo. Ambiente: un minuto. Non imbrattare i muri, non buttare la carta per strada. Entusiasmo e sventolio di bandiere all’importante annuncio.
Costituzione: trenta secondi. «Vogliamo cambiarla per arricchirla». Pubblica Amministrazione: abbatteremo il Moloch, ci penserà Brunetta. Apoteosi per Brunetta, Robin di questo Batman, supereroe in seconda. Una parola di elogio anche a Tremonti, per evitare ripicche in consiglio dei ministri, una vaghissima in risposta a Fini autore dell’unico vero discorso politico della tre giorni. Niente di concreto, naturalmente. Fini oltretutto deve averlo intuito e non c’è. Menia, per An, è l’unico che a fine giornata ironizza: «Si vede che Berlusconi ha deciso di rispondere un altro giorno». Coraggiosissimo, Menia. Teniamo d’occhio le sue sorti. Così come Fini aveva elencato i temi della politica e della vita - xenofobia e laicità, referendum e crisi economica - Berlusconi ha evitato di farlo.
Il premier non parla del mondo che c’è: parla di quello che vorrebbe ci fosse. Non vive nel mondo reale ma nella fiaba che immagina. Non affronta i problemi, non entra nel merito di nessuno: annuncia che saranno tutti quanti superati dai missionari della Libertà guidati da lui medesimo nella terza era nel nuovo mondo. Lo acclamano come un profeta, il condottiero. I delegati che lo filmano coi videofonini stringono sottobraccio l’incredibile brochure che il presidente ha preparato per loro: il discorso della discesa in campo del ’94 scritto in caratteri gotici da amanuense e impaginato su carta di prestigio come una fiaba, fiori e foglie fra i capitoli. «C’era una volta un Re…», in edizione limitata, un vero cimelio per i posteri.
Non è solo fiabesca però questa storia. Non sono fanciulli le migliaia di persone qui dentro e i milioni fuori da qui. Sono adulti che direste consapevoli. Quando, alle due, il Signore della Terza Ricostruzione dice «voi siete, vi nomino adesso missionari della libertà» - il gesto è quello di Re Artù - un brivido autentico percorre la sala. E’ l’investitura solenne. È l’atto finale e insieme iniziale di un cammino elevato al rango di saga. In tre capitoli, tre atti. Una miscela di tradizioni letterarie, cinematografiche, televisive e religiose diventano qui partito politico. La città fantasma e la missione rifondativa rimandano ai mondi sovrappopolati di Anthony Burgess, ai labirinti a pianta ottagonale di Borges, alle fiabe gotiche e a «Guerre Stellari». All’«Esercito delle dodici scimmie» (il virus è il comunismo) prima ancora che al «Pianeta delle scimmie». «La nostra forza sopravviverà ai suoi fondatori», grida adesso. La gente in piedi scandisce il suo nome, Sil-vio Sil-vio.
Ogni vero messia ha generato popoli, alcuni credono nel pantadimensionismo, ci sono guru che spiegano che veniamo da un’asteroide altri che immaginano la rinascita in un mondo di quarzi. «Siamo una felice espressione della cultura del nostro tempo: la cultura del fare». Non c’è ideologia, dunque. C’è un pragmatismo da televendita, Iva Zanicchi è raggiate, una dimensione spettacolare e televisiva del potere che ormai anche Gasparri e La Russa, gli sgherri del sovrano, hanno imparato coi loro ghigni a riverire.
Quando è il momento di cantare l’Inno d’Italia tutti insieme il Signore della Terza Ricostruzione chiama accanto a sé le dame: Mara Carfagna è la più bella e la più intelligente, una supremazia riconosciuta dalle altre - ci vuole talento, del resto - che si fanno un passo indietro. Tajani quasi piange. Ronchi con lo sguardo di gelo mastica chewing gum, Brunetta si fa strada verso il leader incoraggiato da Stefania Prestigiacomo china su di lui. Al momento di declamare «siam pronti alla morte» l’onnipotente si concede la goliardia consueta, fa cenno con la mano: mica tanto, la morte no. Tutti ridono. Alemanno al momento dei saluti gli affonda la testa nell’ascella, Tremonti gli fa un cenno di lontano con la mano, le ministre lo baciano, Ronchi continua a masticare, Scajola sta discosto, Tajani resta sul palco fino all’ultimo, lui da solo al posto del leader in un momento di privata commozione. La folla scema dalla città nel nulla, l’ingorgo è tale che ci vogliono due ore per tornare nel mondo. Le (moltissime) auto blu sgommano in corsia di privilegio, gli altri arrancano in coda a passo d’uomo. Nel percorso obbligato si passa sul tetto di tre casette a due piani rimaste imprigionate dal megamostro edilizio. Hanno le inferriate alle porte e ai balconi. L’antenna parabolica sul tetto. Dietro le tende si intravedono sagome di umani a tavola, reduci della seconda ricostruzione o forse della prima. Superstiti di un mondo scomparso, il mondo reale. Avendo le paraboliche avranno saputo della terza era di conquista in tv
Cinque anni fa, dopo quattro di governo, Berlusconi era politicamente morto: perdeva tutte le elezioni (europee, regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali) ed era 10 punti sotto il centrosinistra nei sondaggi. Poi qualche furbone Ds ebbe la bella pensata di scalare la Bnl con i furbetti del quartierino e di farsi pure beccare. Risultato: un anno dopo Berlusconi pareggiò le elezioni condannando Prodi a subire i ricatti dell’ultimo partitucolo. Eppure il governo Prodi, tra una «spallata» berlusconiana e l’altra, non cadeva. E nel novembre 2007 il Cainano era di nuovo politicamente defunto: s’accompagnava a una Brambilla qualsiasi e fondava un partito qualsiasi sul predellino della sua Mercedes. Bastava aiutare gli ex alleati in fuga Bossi, Fini e Casini a seppellire quello che l’«amico Gianfranco» chiamava «la comica finale». Invece l’astuto Uòlter aiutò il cadavere a risorgere. Ora che Al Tappone viene incoronato imperatore, per capire tutto basta leggere l’intervista di Massimo Calearo, genialmente candidato dal Pd, che plaude sul Corriere alla legge «salva-assassini», cioè alla controriforma Pdl della sicurezza sul lavoro: «Non è con la prigione per gli imprenditori che si evitano le tragedie come quelle della Thyssen». Ora Calearo dovrebbe spiegare quando mai un imprenditore, fra i tanti che condannano a morte i loro operai e poi ne spostano il cadavere da dentro a fuori il cantiere per inscenare il «tragico incidente», sia finito in prigione. Casomai non ne trovasse nemmeno uno, dovrebbe rettificare la sciocchezza che ha detto. O, in alternativa, iscriversi al Pdl.
Come vi abbiamo annunciato su questo giornale fin dal giorno del forum col ministro Brunetta è stato Guglielmo Epifani, ieri, a venire in redazione a rispondere alle nostre domande e a quelle dei lettori. Un confronto a distanza durante il quale per la prima volta Epifani ha parlato tanto a lungo delle sue origini socialiste, della sua traiettoria professionale e politica. Poi della durezza dello scontro oggi in atto, della posta in gioco. «Siamo in campo per evitare l'esasperazione di pochi e la rassegnazione degli altri», ha detto. Non un ruolo politico: il compito di un sindacato declinato proprio nel giorno in cui a Londra migliaia di persone sono scese il piazza alla vigilia del G20. Il segretario della Cgil ha detto che l'anticomunismo ossessivo di Berlusconi e dei suoi ministri si spiega con una sorta di «nostalgia del '48», con il desiderio di trasformare il partito del Capo in una specie di nuova Dc, con le differenze del caso. Il 4 aprile, fra pochi giorni, la Cgil tornerà al Circo Massimo sette anni dopo la storica manifestazione che portò in strada milioni di persone. «Prima o poi avremmo dovuto tornarci», ha sorriso Epifani rispondendo a chi gli chiedeva se non teme il confronto. I tempi sono molto mutati da allora. Sul palco, sabato prossimo, ci saranno una precaria e un medico, una pensionata e un migrante, il lavoratore di un'azienda in crisi. Favino l'attore leggerà qualcosa di Di Vittorio. Bisogna ancorarsi alle regole, non demolirle, ha detto Epifani: bisogna fare attenzione perché «se nella crisi si perdono i diritti e i valori una volta passata non si recuperano più». È un grande tema. Quel che si perde in un momento ci vogliono anni, dopo, a riconquistarlo. Vale per i diritti e per i valori, per la cultura condivisa e per le regole. Nelle prossime settimane questo giornale si farà promotore di altri confronti, simultanei o a distanza, tra alti esponenti della maggioranza e dell'opposizione sociale e politica. È una fase storica in cui c'è bisogno di massima chiarezza: poiché non siamo tutti uguali, come vorrebbe una certa vulgata qualunquista, è necessario chiarire molto bene in cosa siamo diversi. Dirlo e farlo dire. Ragionarci. Prendere parte.
Sui mega stipendi dei manager Oreste Pivetta ha intervistato Giulio Sapelli, docente di storia economica alla Statale. Dice che «il colpo di stato mondiale dei top manager non è stato contrastato da chi avrebbe dovuto controllarlo». Siamo ancora in tempo? Forse è venuto il tempo ora che la recessione produce rabbia sociale, avete letto dei dirigenti sequestrati dai lavoratori. Più giustizia, più solidarietà, più equità fra classi sociali e fra generazioni. I precari, tanto per dire dei più numerosi, la rivendicano. Al congresso del Pdl ha parlato Gianfranco Fini. Si è delineata una minoranza: hanno preso le distanze anche i suoi ex colonnelli. Non è piaciuta, soprattutto, la sua critica alla legge sul testamento biologico e il suo appello alla laicità. Racconta Susanna Turco: per riguardo nessuno ha fischiato, ma gli applausi sono stati pochissimi. Se davvero Berlusconi vuole rifare la Dc si delinea quella dell'appiattimento acritico sulle posizioni del Vaticano. Non quella, che pure ha evocato, che contribuì a ricostruire il paese dopo la fine del fascismo (che, d'altra parte, mai ha nominato).
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I gridolini d'orrore dei «liberali»
Maria Novella Oppo
Nel giorno in cui An è stata sciolta nell’acido della tv, molti i commenti funebri, se non commossi, almeno partecipi. Non si spiega invece come mai nessuno si sia preoccupato dello scioglimento di Forza Italia, che giacerà insepolta all’interno del nuovo sedicente popolo. Noi ce ne faremo sicuramente una ragione, come dovranno farsene una ragione, in rappresentanza delle vecchie componenti, anche le deputate Lorenzin e Perina, che partecipavano l’altra sera alla puntata di Otto e mezzo insieme al giornalista John Hooper, dell’Economist, giornale di destra, come ha voluto precisare lui stesso. Un tipo tosto, cui nessuna forza al mondo avrebbe potuto impedire di dire che «Berlusconi, se non fosse sceso in politica, sarebbe finito in prigione». La Lorenzin ha emesso gridolini di orrore che non hanno smosso l’inglese. Infatti, come ha detto lo stesso Berlusconi nel suo autopeana fondativo, da noi la rivoluzione liberale non è avvenuta, ma in Inghilterra sì.
l’Unità
DOMENICA
29 MARZO 2009
Roma | 30 marzo 2009
Franceschini: ai poliziotti è stato chiesto di anticipare le spese per il G8
"Per garantire la sicurezza al vertice del G8 (in programma a luglio in Sardegna ndr), e' stato chiesto ai poliziotti di anticipare di tasca loro le spese". Lo ha detto il segretario del Pd, Dario Franceschini, parlando ai cronisti davanti al Viminale, dove e' in corso una protesta dei sindacati di Polizia contro i tagli di risorse e le ronde.
Franceschini, ha poi aggiunto di aver saputo: "Che in molte città sono in trasferta permanente rappresentanti delle Forze dell'ordine per occuparsi della tutela dei soldati (impegnati nei presidi e nella vigilanza in diverse città italiane, ndr) e per evitare che dalle ronde nascano problemi per la sicurezza". (…)www.rainews24.rai.it
Giovedì ad AnnoZero il forzista Lupi s’è sostituito all’avvocato Ghedini per negare gli abusi edilizi del Capo a Villa Certosa. Intanto, complimenti per la preveggenza: prima di andare in onda, Lupi già sapeva che avrei parlato di quella sentenza e l’aveva portata con sé: i servizi segreti han ripreso a funzionare come si deve. Purtroppo gli avevano fatto leggere solo metà della sentenza del Tribunale di Tempio Pausania: quella relativa al capo b), per cui l’amministratore Spinelli è stato assolto «perché il fatto non sussiste», visto che alcune opere erano state avallate dalla Regione perché «compatibili ai fini paesistici» e comunque «almeno in parte sopperivano a esigenze di sicurezza nazionale». Gli sfuggiva il capo a) che comprende ben 13 interventi sospetti. Per 9, «reato estinto per intervenuta concessione in sanatoria». Furono realizzati senza permesso e poi sanati. Comprese 5 piscine per talassoterapia, già descritte nell’estate 2003 da Renato Farina, fotografate in un libro a novembre e autorizzate in dicembre. Piscine preventive. Per le altre 4 opere del capo a) «reato estinto per intervenuto condono edilizio»: quello del 2003 varato dallo stesso padrone della villa. Un autocondono. Lupi magnificava lo straordinario pregio estetico delle opere del capo b), fatte per migliorare l’orribile paesaggio della Costa Smeralda. Ma dimenticava un particolare: a ritenerle così pregevoli fu il direttore dell’Ufficio regionale tutela paesaggio, Paolo Vella: stesso nome e cognome di un neo-deputato sardo di Forza Italia. Che i due siano, Dio non voglia, la stessa persona?
Ai delegati arrivati dalla provincia coi figli per mano hanno dato un attestato con scritto «io c'ero», tipo cartolina ricordo della visita al Papa per l'anno santo. A differenza dei pellegrini questi hanno avuto trasporto vitto e alloggio pagato per l'intera durata del soggiorno, sono stati trasferiti non a San Pietro ma in un posto in mezzo al nulla della periferia romana, seduti col kit del delegato davanti a un palco tipo concerto degli U2. Votazioni per acclamazione. Colonna sonora di Domenico Modugno, intermezzi di Apicella. A metà strada fra gli anni Sessanta e la fantascienza politica: il futuro come lo si immaginava mezzo secolo fa. Eccolo, dunque: un posto di mezzo fra il villaggio globale e lo strapaese. L'isola del Famoso. Il Grande Fratello Silvio Berlusconi punta al 51 per cento dei consensi e la notizia è che moltissimi ci credono, gli credono. L'Italia è sul punto di assecondarlo. Siamo già al 43,2, dice. Entusiasmo in platea e del Paese in diretta quasi unificata tv. Una sorta di incantamento collettivo per un uomo senza età, nemico del passare del tempo, rimasto fermo con ostinazione non solo grazie agli artifici chirurgici ai suoi trent'anni. L'ossessione per il comunismo, Stalin e Pol Pot, l'amico Craxi. Il sorriso da venditore. Il disprezzo del dissenso, del confronto. Le frasi sussurrate nell'orecchio ad Annagrazia Calabria, vestale ventisettenne, e alle donne tutte, di ogni età. Il vero uomo, l'eroe. Così lo ha chiamato uno dei quattro giovani saliti sul palco: un eroe. Le parole di Berlusconi le leggerete nelle nostre pagine. Qui ecco quelle dei ragazzi chiamati a rappresentare il futuro. Giada dice ci arruoliamo nel popolo della libertà. Ci arruoliamo. Più donne al lavoro e meno femministe in tv, dice anche. Alessia, 19 anni: non mi piacciono i compagni di scuola di sinistra, per fortuna abbiamo Silvio. Il ragazzo di Acerra lo ringrazia per il termovalorizzatore e lo chiama eroe. Annagrazia Calabria, deputata junior, quasi piange di emozione. Berlusconi saluta Stefania Craxi, «figlia e degna erede di un mio carissimo amico». Poi parla un'ora, discorso rodato. Poi chiama gli alleati e i soci: De Gregorio, Dell'Utri, Mussolini, Giovanardi, La Russa. In prima fila applaude Fini. Si resta, a fine discorso, con la sensazione di aver assistito a uno show preparato con cura da professionisti dello spettacolo che vivono in un paese diverso da quello in cui viviamo noi. È davvero questo il destino che ci aspetta? Finire tutti a far da comparse nel reality delle illusioni e delle menzogne? È davvero pronta la maggioranza degli italiani a farsi incantare, domandano sbalorditi i colleghi della stampa straniera. La risposta non è degli editorialisti. La risposta è a voi. L'avete visto, sentito? Daremo ai nostri figli un futuro così? E cosa gli diremo, poi: dove gli diremo che eravamo stati nel frattempo?
Il governo ha varato il nuovo testo sulla sicurezza sul lavoro nel segno della deregulation: fate un po' come vi conviene e pazienza per i poveracci che ci restano secchi. I salari sono fermi al 1993, proprio come il premier che nel frattempo però ha avuto diversa fortuna. Pietro Ingrao compie 94 anni, dice: «Berlusconi ha vinto soprattutto per la debolezza e gli errori dei suoi avversari. È un uomo del passato la sua è una destra vecchia». Leggete l'inchiesta di Roberto Rossi su Scientology. È il giorno giusto.
E così, in favore di telecamera, è nato il Popolo del predellino, che non è il nostro, ma di Sua Proprietà. E si capisce, visto che, di nostra proprietà, ormai, non è rimasto neanche il nostro stesso corpo. Per via della legge che lo ha consegnato allo Stato, alla Chiesa, ai medici e alla volontà di un Gasparri o un Giovanardi qualsiasi. La contemporaneità tra i due eventi (esproprio personale e appropriazione indebita collettiva) non è senza significato. Infatti, se non ci appartengono neppure le nostre membra, come può appartenerci la democrazia? Perfino il presidente della Camera, l’ex fascista Gianfranco Fini, ha colto la contraddizione che non lo consente. E non ci consola neanche il fatto (pur storicamente rilevante), che, mentre si prendeva un popolo, Berlusconi si perdeva Mike Bongiorno, l’uomo che all’incirca trent’anni fa gli consegnò il popolo televisivo italiano. Il vecchio americano che fece la Resistenza, era diventato (pure lui) un «corpo estraneo».
Secondo Al Tappone, «i parlamentari sono lì per fare numero». (dev’essere per questo che lui alla Camera non mette quasi mai piede). E «l’inceneritore di Acerra è stato fortemente voluto da me e dal mio governo, mentre la sinistra bloccava i lavori e le discariche»: peccato che l’impianto sia stato deliberato quasi 10 anni fa e che le discariche aperte nell’ultimo anno fossero state individuate da Prodi e De Gennaro. Ansa del 30.1.2003: «Acerra, bloccato l’inizio dei lavori del termovalorizzatore. I Verdi e An alleati contro quello che Pecoraro Scanio definisce ecomostro». Dichiarazione dell’allora ministro Alemanno, noto bolscevico: «Il Sud non può essere la pattumiera d’Italia. L’inceneritore ad Acerra va esaminato con attenzione tenendo conto della grande vocazione agricola del centro campano. Ne parlerò con la Regione e col ministro Matteoli: la filiera agroalimentare non deve continuare a pagare il prezzo di scelte industriali in contrasto con l’ambiente» (15.2.2003). Il sindaco di Acerra Michelangelo Riemma (FI), sostenuto da An e Udc, si dimette per protesta contro chi «intende ricattare Acerra vincolando il piano di bonifica alla nascita dell’inceneritore». An fomenta la rivolta contro l’assurda discarica di Pianura. A S. Maria La Fossa, intifada guidata dal consigliere regionale Giuseppe Sagliocco (FI). A Marigliano sulle barricate c’è Paolo Russo (FI), che ha il fratello del suo portaborse infilato in tre ditte di smaltimento rifiuti. Questi ambientalisti rossi sono terribili: pur di bloccare il progresso, riescono a infiltrarsi persino nel centrodestra.
I lavoretti semplici di cui parla Sacconi sono già tutti presi: a raccogliere le carote coi piedi nel fango dell'Agro pontino ci sono gli africani, racconta Rosalba. Nelle cucine delle cliniche private è pieno di asiatici, dice Maria Luisa. A «fare le ore», a pulire in casa e assistere i vecchi, ci sono filippini e peruviani. Gli ultimi. Le penultime sono le donne. Ricorda Susanna Camusso, segretario confederale Cgil, di quando in viaggio di nozze in una piccola isola d'Italia, molti anni fa, un paesano le disse: Lei lavora? Ruba il posto a un uomo, allora. «È stata la prima volta che ho messo a fuoco la questione in questi termini», sorride, e poi adesso di nuovo sente che per molti è così: come un film che si riavvolge all'indietro e mangia nel rewind trent'anni di battaglie. C'è sempre qualcuno che ruba il posto a qualcun altro quando il posto scarseggia.
Quando si pensa ciascuno per sé. Gli ultimi ai penultimi, i penultimi ai terzultimi. Gli stranieri alle donne, le donne ai giovani precari. Poi le categorie si sommano, anche. Pensate essere straniera, donna e precaria. Osolo donna e precaria. Osolo precaria. Licenziata a 40 anni come Giusi, vedova con un bimbo di tre anni. «Ci sono delle volte in cui penso seriamente che dovrei tornare a casa, fare almeno una cosa bene - dice Veronica, laureata in chimica industriale, un figlio in prima elementare - mi converrebbe. Spendo più per far crescere mio figlio a qualcun altro di quanto non guadagni. Fare la casalinga: un lusso. Poi so che mi devo sbrigare a cambiare idea», ride. Deve sbrigarsi, sì, perché l'argine è debole e non bisogna lasciarlo incustodito. Dieci donne sono venute in redazione ieri a parlare della pensione a 65 anni. Le loro vite raccontano questo, soprattutto: non lo fanno per sé, non più solo per sé. Lo fanno per mantenere i figli, per accudire i genitori e i nipoti. Sono strette nel sandwich della generazione precedente e di quelle successiva, guadagnano per mantenere padri ed eredi. Ne farebbero anche a meno, potendo. Se non fosse così ingiusto, certo. Se potessero permetterselo. Se non fossero loro l'unico vero stato sociale, la colonna portante del welfare fai da te. Disposte a strappare carote per mantenere i figli all'università. Disposte a "fare le ore" per dare un futuro ai nipoti.O col destino di soffocarlo, invece, questo futuro?, domanda Lidia Ravera. Due ore a discutere con la foga di chi finalmente può dire come stanno le cose. Felicia Masocco e Simone Collini riassumono uno spaccato di vite da 400 fino a 1600 euro al mese, tredici figli tutti all'università «perché il loro destino non sia come il nostro». E quale sarà, invece?
Torna la ricetta Prodi per far pagare le tasse agli evasori, la rilancia Bersani. Torna Prodi, che prendere la tessera del Pd perché «è la speranza del paese». Bisogna puntare sulla speranza, bisogna farlo persino a Catania dove - il servizio è di Walter Domenico Rizzo - le cattedrali del commercio fioriscono all'ombra di mafia politica e affari. Bisogna farlo senza paura. «Giammai con timore» c'è scritto sulla lapide di Jorge Luis Borges. Laura Lucchini intervista la vedova, Maria Kodama. «Le storie gli apparivano in sogno. Di giorno giocava. A una festa di Halloween scelse una maschera da lupo, si divertì a spaventare i ragazzi gridando homo homini lupus». Come dargli torto.
FRONTE DEL VIDEO
Vince il coraggio di Saviano
Maria Novella Oppo
Roberto Saviano non è un attore né un affabulatore facile da ascoltare. Anzi, a momenti è stato piuttosto faticoso, se non addirittura doloroso, seguire il suo racconto di orrori. E assistere a quella sfilata di titoli di stampa complici della mafia e dei suoi mitizzati «personaggi». Di sicuro il suo non è stato un momento di spettacolarizzazione della cronaca, ma un percorso a ostacoli nella storia criminale e sociale del paese. Per questo è straordinario che il programma di Fabio Fazio, pur in confezione ostica, abbia fatto l’ascolto maggiore della serata. Oltre 4 milioni e mezzo di spettatori con il 19% di share: è la prova che il pubblico c’è, quando c’è il servizio pubblico. E consola anche il fatto che, sempre Raitre, con Parla con me abbia battuto Porta a porta e la sua scandalosa Gelmini, unico ministro dell’istruzione al mondo che si vanti di aver tagliato i fondi per l’istruzione. Senza considerare che, chi punta solo sulla meritocrazia, dovrebbe avere almeno qualche merito.