La completezza d’informazione m’impone un post lungo, ma necessario.
Si tratta della diatriba che ha opposto l’inviato de “la Repubblica” Giuseppe D’Avanzo, pur autore di pregevoli inchieste, a Marco Travaglio. A riassumerne i contenuti ci ha poi pensato Antonio Tabucchi sull’Unità del 20 maggio.
Di seguito, perciò, il primo attacco di D’Avanzo, la replica di Travaglio, le velenose insinuazioni di D’Avanzo, l’impeccabile smentita di Travaglio e la marcia indietro dell’inviato de “la Repubblica”. A corredare il tutto il reportage, più volte citato, di Franco Giustolisi e Marco Lillo pubblicato sull’Espresso del 13 agosto 2002. E l’ennesima conferma che si leggono pochissimo libri, quotidiani e settimanali, ma si guarda moltissima televisione: tutto qui il nocciolo della questione.
La lezione del caso Schifani
la Repubblica — 13 maggio 2008 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA
È utile ragionare sul «caso Schifani». E - ancora una volta - sul giornalismo d' informazione, sulle "agenzie del risentimento", sull' antipolitica. Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin «dagli anni Novanta, Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà il futuro boss di Villabate» e protesta: «I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno detto che cosa c' era di falso in quello che ho detto». Gli appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo - non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) - per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli "i fatti" quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca. E' un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce «giornalismo d' informazione». Le lontane «amicizie pericolose» di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel 2002 (da Enrico Bellavia). In quell' anno furono riprese dall' Espresso (da Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel 2004 le si potevano leggere in «Voglia di mafia» (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in «I complici» (di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani non si è più parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l' agenda delle notizie è dettata dalla politica ai giornali (a tutti i giornali?). Non se n' è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun - ulteriore e decisivo - elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent' anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso. I filosofi ( Bernard Williams, ad esempio) spiegano che la verità offre due differenti virtù: la sincerità e la precisione. La sincerità implica semplicemente che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono. La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel credere a essa. Il "giornalismo dei fatti" ha un metodo condiviso per acquisire la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov' è la menzogna e, quando va bene, si può ripetere con Camus: «Non abbiamo mentito» (lo ha ricordato recentemente Claudio Magris). Si può allora dire che Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei «fatti» che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. Non è giornalismo d' informazione, come si autocertifica. E' , nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d' opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell' asettico, neutrale watchdog - di "cane da guardia" dei poteri («Io racconto solo fatti») - per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come "fatti" ciò che "fatti", nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare "fatti" quel che potrebbero accusare più di d' un malcapitato). L' operazione è ancora più insidiosa quando si eleva a routine. Diventata abitudine e criterio, avvelena costantemente il metabolismo sociale nutrendolo con un risentimento che frantuma ogni legame pubblico e civismo come se non ci fosse più alcuna possibilità di tenere insieme interessi, destini, futuro («Se anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso»). E' un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E' un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all' avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un' abusiva occupazione del potere e un' opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste "agenzie del risentimento" lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity, in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale. Nel «caso Schifani» non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti. Non con Travaglio che confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato. Non con chi - nell' opposizione - ha espresso al presidente del Senato solidarietà a scatola chiusa. Non con la Rai, incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che, nel rispetto dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà e responsabilità. In questa storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori che meritano, a fronte delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe politica, un' informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni. - GIUSEPPE D' AVANZO
Su Schifani ho raccontato solo fatti
la Repubblica — 14 maggio 2008 pagina 39 sezione: COMMENTI
Caro direttore, ringrazio D' Avanzo per la lezione di giornalismo che mi ha impartito su Repubblica di ieri. Si impara sempre qualcosa, nella vita. Ma, per quanto mi riguarda, temo di essere ormai irrecuperabile, avendo lavorato per cattivi maestri come Montanelli, Biagi, Rinaldi, Furio Colombo e altri. I quali, evidentemente, non mi ritenevano un pubblico mentitore, un truccatore di carte che «bluffa», «avvelena il metabolismo sociale» e «indebolisce le istituzioni», un manipolatore di lettori «inconsapevoli», quale invece mi ritiene D' Avanzo. Sabato sera sono stato invitato a «Che tempo che fa» per presentare il mio ultimo libro, «Se li conosci li eviti», scritto con Peter Gomez, che in 45 giorni non ha avuto alcun preannuncio di querela. E mi sono limitato a rammentare un fatto vero a proposito di uno dei tanti politici citati nel libro: e cioè che, raccontando vita e opere di Renato Schifani al momento della sua elezione a presidente del Senato, nessun quotidiano (tranne l' Unità e, paradossalmente, Il Giornale di Berlusconi) ha ricordato i suoi rapporti con persone poi condannate per mafia, come Nino Mandalà e Benny D' Agostino (ho detto testualmente: «Schifani ha avuto delle amicizie con dei mafiosi. rapporti con signori che sono poi stati condannati per mafia»; la frase «anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso», falsamente attribuitami da D' Avanzo, non l' ho mai detta né pensata). Quei rapporti, contrariamente a quanto scrive D' Avanzo, sono tutt' altro che «lontani nel tempo», visto che ancora a metà degli anni 90 Schifani fu ingaggiato, come consulente per l' urbanistica e il piano regolatore, dal Comune di Villabate retto da uomini legati al boss Mandalà e di lì a poco sciolto due volte per mafia. Rapporti di nessuna rilevanza penale, ma di grande rilievo politico-morale, visto che la mafia non dimentica, ha la memoria lunghissima e spesso usa le sue amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso. In qualunque altro paese, casomai capitasse che il titolare di certi rapporti ascenda alla seconda carica dello Stato, tutti i giornali e le tv gli rammenterebbero quei rapporti: per questo, negli altri paesi, il titolare di certi rapporti difficilmente ascende ai vertici dello Stato. Che cosa c' entri tutto questo con le «agenzie del risentimento» e il «qualunquismo antipolitico» di cui parla D' Avanzo, mi sfugge. Secondo lui i giornali, all' elezione di Schifani a presidente del Senato, non hanno più parlato di quei rapporti perché nel frattempo non s' era scoperto nulla di nuovo. Strano: non c' era nulla di nuovo neppure sul riporto di Schifani, eppure tutti i giornali l' hanno doviziosamente rammentato. I lettori giudicheranno se sia più importante ricordare il riporto, oppure il rapporto con D' Agostino e Mandalà (che poi, un po' contraddittoriamente, lo stesso D' Avanzo definisce «sconsiderato»). Ora che - pare - Schifani ha deciso di querelarmi, un giudice deciderà se quel che ho detto è vero o non è vero. Almeno in tribunale, si bada ai fatti e le chiacchiere stanno a zero: o hai detto il vero o hai detto il falso. Io sono certo di avere detto il vero, e tra l' altro solo una minima parte. Oltretutto c' è già un precedente specifico: quando, per primo, Marco Lillo rivelò queste cose sull' Espresso nel 2002, Schifani lo denunciò. Ma la denuncia venne archiviata nel 2007 perché - scrive il giudice - «l' articolo si presenta sostanzialmente veritiero». Approfitto di questo spazio per ringraziare i tanti colleghi e lettori (anche di Repubblica) che in questi giorni difficili mi hanno testimoniato solidarietà. Tenterò, pur con tutti i miei limiti, di continuare a non deluderli. - MARCO TRAVAGLIO
Non sempre i fatti sono la verità
la Repubblica — 14 maggio 2008 pagina 39 sezione: COMMENTI
Non so che cosa davvero pensassero dell' allievo gli eccellenti maestri di Marco Travaglio (però, che irriconoscenza trascurare le istruzioni del direttore de il Borghese). Il buon senso mi suggerisce, tuttavia, che almeno una volta Montanelli, Biagi, Rinaldi, forse addirittura Furio Colombo, gli abbiano raccomandato di maneggiare con cura il "vero" e il "falso": «qualifiche fluide e manipolabili» come insegna un altro maestro, Franco Cordero. Di questo si parla, infatti, cari lettori - che siate o meno ammiratori di Travaglio; che siate entusiasti, incazzatissimi contro ogni rilievo che gli si può opporre o soltanto curiosi di capire. Che cos' è un "fatto", dunque? Un "fatto" ci indica sempre una verità? O l' apparente evidenza di un "fatto" ci deve rendere guardinghi, più prudenti perché può indurci in errore? Non è questo l' esercizio indispensabile del giornalismo che, «piantato nel mezzo delle libere istituzioni», le può corrompere o, al contrario, proteggere? Ancora oggi Travaglio («Io racconto solo fatti») si confonde e confonde i suoi lettori. Sostenere: «Ancora a metà degli anni 90, Schifani fu ingaggiato dal Comune di Villabate, retto da uomini legato al boss Mandalà di lì a poco sciolto due volte per mafia» indica una traccia di lavoro e non una conclusione. Mandalà (come Travaglio sa) sarà accusato di mafia soltanto nel 1998 (dopo «la metà degli Anni Novanta», dunque) e soltanto «di lì a poco» (appunto) il comune di Villabate sarà sciolto. Se ne può ricavare un giudizio? Temo di no. Certo, nasce un interrogativo che dovrebbe convincere Travaglio ad abbandonare, per qualche tempo, le piazze del Vaffanculo, il salotto di Annozero, i teatri plaudenti e andarsene in Sicilia ad approfondire il solco già aperto pazientemente dalle inchieste di Repubblica (Bellavia, Palazzolo) e l' Espresso (Giustolisi, Lillo) e che, al di là di quel che è stato raccontato, non hanno offerto nel tempo ulteriori novità. E' l' impegno che Travaglio trascura. Il nostro amico sceglie un comodo, stortissimo espediente. Si disinteressa del "vero" e del "falso". Afferra un "fatto" controverso (ne è consapevole, perché non è fesso). Con la complicità della potenza della tv - e dell' impotenza della Rai, di un inerme Fazio - lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: «Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso». Basta leggere i blog per rendersene conto. Anche se Travaglio non l' ha mai detta, quella frase, è l' opinione che voleva creare. Se non fosse un tartufo, lo ammetterebbe. Discutiamo di questo metodo, cari lettori. Del «metodo Travaglio» e delle "agenzie del risentimento". Di una pratica giornalistica che, con "fatti" ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. E' un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target (gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra). Farò un esempio che renderà, forse, più chiaro quanto può essere letale questo metodo. 8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei «cuscini». Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un' ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l' avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l' albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia. Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d' ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio. Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all' integrità di Marco Travaglio un' ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice? Davvero qualcuno, tra i suoi fiduciosi lettori o tra i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà essere un infedele manutengolo? Nessuno, che sia in buona fede, può farlo. Eppure un' «agenzia del risentimento» potrebbe metter su un pirotecnico spettacolino con poca spesa ricordando, per dire, che «la mafia ha la memoria lunghissima e spesso usa le amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso» . Basta dare per scontato il "fatto", che ci fosse davvero una consapevole amicizia mafiosa: proprio quel che deve essere dimostrato ragionevolmente da un attento lavoro di cronaca. Cari lettori, anche Travaglio può essere travolto dal «metodo Travaglio». Travaglio - temo - non ha alcun interesse a raccontarvelo (ecco la sua insincerità) e io penso (ripeto) che la sana, necessaria critica alla classe politico-istituzionale meriti onesto giornalismo e fiducia nel destino comune. Non un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse particolare, da un linciaggio continuo e irrefrenabile che può contaminare la credibilità di ogni istituzione e la rispettabilità di chiunque. - GIUSEPPE D' AVANZO
Il giornalismo e il caso Schifani
la Repubblica — 15 maggio 2008 pagina 36 sezione: COMMENTI
Caro direttore, D' Avanzo è liberissimo di ritenere che i cittadini non debbano sapere chi è il presidente del Senato. Io invece penso che debbano sapere tutto, che sia nostro dovere informarli del fatto che stava in società con due personaggi poi condannati per mafia, che si occupava di urbanistica come consulente del comune di Villabate, controllato dal clan Mandalà, anche dopo l' arresto del figlio del boss e subito prima dello scioglimento per mafia. Perciò l' ho scritto (dopo valorosi colleghi come Lillo, Abbate e Gomez) e l' ho detto in tv presentando il mio libro. Anche perché la Procura di Palermo sta ancora vagliando le dichiarazioni rese nel 2007 dal pentito Francesco Campanella, già presidente del consiglio comunale di Villabate e uomo del clan Mandalà, sul piano regolatore che, a suo dire, il boss aveva «concordato con La Loggia e Schifani» (Ansa, 10 febbraio 2007). Ciò che non è consentito a nessuno, nemmeno a D' Avanzo, è imbastire una ripugnante equazione tra le frequentazioni palermitane del palermitano Schifani e una calunnia ai miei danni che - scopro ora - sarebbe stata diffusa via telefono da un misterioso avvocato: e cioè che l' imprenditore Michele Aiello, poi condannato per mafia in primo grado, mi avrebbe pagato un albergo o un residence nei dintorni di Trabia. La circostanza è totalmente falsa e chi l' ha detta e diffusa ne risponderà in tribunale. Potrei dunque liquidare la cosa con un sorriso e un' alzata di spalle, limitandomi a una denuncia per diffamazione e rinviando le spiegazioni a quando diventerò presidente del Senato. Ma siccome non ho nulla da nascondere e D' Avanzo sta cercando - con miseri risultati - di minare la fiducia dei lettori nella mia onorabilità personale e nella mia correttezza professionale, eccomi qui pronto a denudarmi. Se questo maestro di giornalismo avesse svolto una minima verifica prima di scrivere quelle infamie, magari rivolgendosi all' albergo o dandomi un colpo di telefono, avrebbe scoperto che: 1) non ho mai incontrato, visto, sentito, inteso nominare questo Aiello fino al giorno in cui fu arrestato (e comunque, non essendo io siciliano, il suo nome non mi avrebbe detto nulla); 2) ho sempre pagato le mie vacanze fino all' ultimo centesimo (con carta di credito, D' Avanzo può controllare); 3) ho conosciuto il maresciallo Giuseppe Ciuro a Palermo quando lavorava alla polizia giudiziaria antimafia (aveva pure collaborato con Falcone). Mi segnalò un hotel di amici suoi a Trabia e un residence ad Altavilla dove anche lui affittava un villino. Il primo anno trascorsi due settimane nell' albergo con la mia famiglia, e al momento di pagare il conto mi accorsi che la cifra era il doppio della tariffa pattuita: pagai comunque quella somma per me esorbitante e chiesi notizie a Ciuro, il quale mi spiegò che c' era stato un equivoco e che sarebbe stato presto sistemato (cosa che poi non avvenne). L' anno seguente affittai per una settimana un bungalow ad Altavilla, pagando ovviamente la pigione al proprietario. Ma i precedenti affittuari si eran portati via tutto, così i vicini, compresa la signora Ciuro, ci prestarono un paio di cuscini, stoviglie, pentole e una caffettiera. Di qui la telefonata in cui parlo a Ciuro di «cuscini». Ecco tutto. Che c' entri tutto questo con le amicizie mafiose di Schifani, francamente mi sfugge. Qualcuno può seriamente pensare che, come insinua D' Avanzo, quella vacanza fantozziana potrebbe rendermi anche solo teoricamente ricattabile da parte della mafia o addirittura protagonista di «una consapevole amicizia mafiosa»? Diversamente da Schifani, non solo sono un privato cittadino. Non solo non sono mai stato socio né consulente di personaggi e di comuni poi risultati mafiosi. Ma non ho mai visto né conosciuto mafiosi, né prima né dopo la loro condanna. Chiaro? Se poi questo è il prezzo che si deve pagare, in Italia, per raccontare la verità sul presidente del Senato, sono felice di averlo pagato. PS. Su una sola cosa D' Avanzo ha ragione. Tra i miei ex direttori, ho dimenticato quello del «Borghese»: Daniele Vimercati. Era uno splendido e libero giornalista. Purtroppo non c'è più, l' ha portato via a 43 anni una leucemia fulminante. Mi manca molto. MARCO TRAVAGLIO
Nessuno ha mai messo in dubbio l' onorabilità di Travaglio. Nessuno ha voluto sollevare una noiosa e irrilevante polemica personale. Si è voluto soltanto ragionare senza ipocrisie su un metodo giornalistico che, con niente o poco, può distruggere la reputazione di chiunque. Era un memento a Travaglio e a noi stessi ad usare con prudenza, armati di niente o poco, la parola «verità» (evocata, purtroppo, anche oggi). E prima di mettere punto: ma davvero c' è qualcuno che, in buona fede, può pensare che Repubblica faccia sconti alla mafia e alle sue collusioni con i poteri? (g.d' a.)
I fatti e i veleni
Antonio Tabucchi
I due articoli di Giuseppe D’Avanzo contro Marco Travaglio (Repubblica, 13 e 14 maggio), il secondo di tono piuttosto pesante, al punto che D’Avanzo ha poi dovuto rimangiarsi le sue brutte insinuazioni dopo la secca replica di Travaglio (Repubblica, 15 maggio), seguono a pochi giorni di distanza l’aggressione verbale subita da Travaglio da parte di Vittorio Sgarbi nel programma televisivo AnnoZero.
Sono due fatti e non sono io a correlarli, si correlano da soli per la contiguità temporale e per le rispettive tribune mediatiche: televisione e giornale di grande tiratura. Ma se qualcuno volesse correlarli nella sostanza, lo faccia in tutta libertà: pensare non è ancora un reato.
Se ne parlo è perché l’episodio non appartiene al killeraggio dei numerosi pennivendoli o conduttori di talk show del sistema berlusconiano dai quali Travaglio è stato bersagliato fin dal suo primo libro su Berlusconi scritto con Elio Veltri, L’odore dei soldi, e via via da altri addetti all’informazione di servizio, portavoci di partiti compresi, con assoluto metodo bipartisan. Uno dei migliori giornalisti italiani di oggi (se non il migliore, e comunque il più importante e prezioso per la libertà del suo pensiero e il coraggio di mettere per iscritto tale libertà) viene maltrattato, chissà perché, da un altro giornalista (peraltro ottimo) e al quale si debbono inchieste fondamentali su temi scottanti.
I fatti. Travaglio partecipa alla trasmissione di Fazio Che tempo che fa per presentare il suo ultimo libro. E naturalmente parla del libro e delle cose in esso stampate, un libro uscito da oltre tre mesi e che non ha suscitato indignazioni né querele perché riporta semplicemente atti della magistratura, cioè problemi giudiziari avuti dal senatore Schifani (accertate frequentazioni di personaggi condannati poi per mafia), processi dai quali egli fu in seguito assolto (in realtà la procura di Palermo sta ancora vagliando le dichiarazioni di un pentito di mafia presidente del comune di Villabate a proposito del piano regolatore che a suo dire sarebbe stato concordato anche con Schifani - ma questo Travaglio non lo dice da Fazio, lo precisa nel suo articolo su Repubblica del 15 maggio dopo l’attacco di D’Avanzo). Sono fatti che appartengono alla biografia di un uomo politico nominato alla seconda carica dello Stato. Nelle vere democrazie si esige addirittura di sapere se in vita sua un uomo politico di tale rilievo abbia fumato uno spinello o sia riuscito a sottrarsi alla guerra del Vietnam. Se poi aver fumato uno spinello o essersi sottratto al Vietnam non abbia costituito un reato, la cosa si dice lo stesso, perché fa parte della sua biografia. Ma nel comunicato del gabinetto di Schifani, né tanto meno sulla stampa italiana (con la sola eccezione de l’Unità), il giorno della sua nomina questi fatti non apparivano.
La nostra stampa, come ha fatto per anni con le scarpe e le cravatte dei politici, era troppo occupata a descrivere il suo look. Le circostanze rammentate da Travaglio nel libro scritto con Peter Gomez (il quale Gomez aveva peraltro già citato le carte processuali su Schifani in un altro libro scritto con Lirio Abbate) non avevano suscitato dunque nessun clamore. Inoltre Marco Lillo, che nel 2002 su L’Espresso aveva pubblicato su quelle frequentazioni un preciso articolo, era stato querelato da Schifani, che però aveva perso la causa: erano fatti, anche se non di rilevanza penale. Ma Travaglio va in televisione, e si scatena la bufera, perché evidentemente alla Rai le cose non si possono dire. Ne seguono ridicole scuse a Schifani per “lesa maestà” dal direttore generale della Rai e dal conduttore televisivo, come già aveva fatto perché Furio Colombo nel suo programma aveva riferito che Berlusconi in America è conosciuto come “una barzelletta che cammina”. E il povero Fazio (che brutto tempo che fa) obbedisce con il sorriso di chi si adegua. Alle scuse si unisce l’ineffabile senatrice Ds-Pd Finocchiaro, mentre Luciano Violante, ora in probabile attesa della nomina a giudice costituzionale da Berlusconi e compagnia, definisce le dichiarazioni di Travaglio “un pettegolezzo”, probabilmente memore del suo, quando trasformò i nazifascisti repubblichini in “Ragazzi di Salò”.
A questo punto, sub specie di “lezione di giornalismo” arriva il verdetto di D’Avanzo, che ex cathedra istruisce Travaglio su ciò che si può dire e ciò che non si può. Il suo ragionamento, sul capzioso divagante, si appella a filosofi preoccupati delle “virtù della verità”, che è come dire del sesso degli angeli. Il tutto per dimostrare che i fatti menzionati da Travaglio servono solo (cito): «per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra». D’Avanzo sostiene che sono «sfuggenti e sdrucciolevoli i fatti quando sono proposti a un lettore inconsapevole, senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca: è un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce giornalismo d’informazione». Conclude che Travaglio è un manipolatore, «che usa un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all’avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un’abusiva occupazione del potere e un’opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione.
Queste agenzie del risentimento - continua D’Avanzo - lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity (sic), in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale». Fine citazione.
Questa gagliarda difesa della classe politica italiana e soprattutto la necessità di una critica alle sue “istituzioni prestigiose” (che in realtà coincidono con decine di inquisiti in Parlamento, un mastodontico conflitto di interessi non risolto, le leggi vergogna, il falso in bilancio, tre televisioni private di Berlusconi e la sua mano sulla Rai, la sua proprietà di varie case editrici e il controllo di circa l’80% della stampa italiana, la sua non celata ambizione di trasformare l’Italia in una repubblica presidenziale di tipo peronista e di diventarne presidente, oltre a sostanziali modifiche alla Costituzione con il consenso dell’opposizione), insomma l’escamotage di D’Avanzo di attribuire a un collega giornalista la malattia della democrazia italiana, che di fatto è malatissima per conto proprio e che l’Europa guarda con sospetto e preoccupazione, mi sembra un fatto epocale, e meriterebbe un’analisi a sé. Preferisco invece soffermarmi su una questione apparentemente frivola ma forse non troppo.
Allorché si dà la lezione a qualcuno ci si considera superiori a questo qualcuno, è ovvio. D’Avanzo è proprio sicuro di essere migliore di Travaglio? Non c’è dubbio che egli sia un grande giornalista d’inchiesta. Travaglio però, oltre che essere un grande giornalista d’inchiesta, è anche un intellettuale. I suoi libri li ha scritti, e sono un’analisi socio-antropologica dell’Italia di oggi. Un’analisi fatta non di astratte teorie o di opinioni, ma con l’utilizzo di dati concreti. I fatti.
Travaglio risponde su Repubblica ringraziando D’Avanzo per la lezione di giornalismo e spiegando che ha semplicemente menzionato fatti non rilevanti penalmente ma che il grande pubblico ignorava e che comunque una qualche rilevanza di altro tipo devono avercela, se si vuole che vengano taciuti. La pratica giornalistica italiana, che ha fatto tesoro della teoria sullo spazio-tempo di Einstein, pubblica accanto alla cortese risposta di Travaglio la risposta di D’Avanzo alla risposta di Travaglio: due risposte sincrone. Ed è una condanna definitiva: D’Avanzo insinua collusioni mafiose di Travaglio che preferisco non commentare perché non vi riconosco più D’Avanzo; vi ha replicato sufficientemente Travaglio obbligando il suo accusatore a una patetica retromarcia («Nessuno ha mai messo in dubbio l’onorabilità di Travaglio. Nessuno ha voluto sollevare una noiosa e irrilevante polemica personale», D’Avanzo, Repubblica, 15 maggio). Mi interessa invece un allarmante concetto di D’Avanzo. È un qualcosa che riguarda anche me personalmente, ed è anche per questo che voglio intervenire sulla vicenda.
Un’università americana ha acquistato una parte dell’archivio di Beria e ha pubblicato quest’inverno il carteggio e le conversazioni fra Beria e Stalin. Stalin non corrisponde affatto al cliché del rozzo villico che ci resta di lui. Era un quasi-intellettuale (aveva scritto perfino un trattato di linguistica) e il suo tormentone erano gli intellettuali, le persone che fanno pensare gli altri. C’è un momento in cui il suo speciale tormentone è Mandel’stam (entrambi parlavano il russo ma evidentemente le loro lingue non coincidevano), e nelle conversazioni con Beria la domanda quasi ossessiva è questa: «Beria, Mandel’stam è davvero un bravo scrittore?». Curiosamente Beria difende Mandel’stam e risponde sempre che non solo è un bravo scrittore ma anche un bravo compagno. Finché un giorno Stalin perde la pazienza e dice testualmente che non gliene frega niente se sia un bravo compagno, vuole sapere solo se è davvero un bravo scrittore. Dopo questa precisa richiesta qualcosa succede a Mandel’stam. Nel successivo interrogatorio cui è sottoposto dalla polizia di Beria, il funzionario lo accusa di aver scritto una frase (o un verso) sovversivi. Mandel’stam risponde che non l’ha mai scritto. La replica del poliziotto: “Anche se non l’hai mai scritto era quello che volevi far pensare al popolo”.
Cito dal secondo articolo di D’Avanzo su Repubblica del 14 maggio (titolo: “Non sempre i fatti sono la verità”): «Con la complicità della potenza della tv - e dell’impotenza della Rai, di un inerme Fazio - (Travaglio) getta in faccia agli spettatori il fatto controverso lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: “Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso” (che non è una frase di Travaglio ma che sembra sua, perché messa fra virgolette)». E così conclude: «Anche se Travaglio non l’ha mai detta, quella frase, è l’opinione che voleva creare». Metto la frase in corsivo. È una frase da corsivo.
l’Unità (20 maggio 2008)
“Una vita da Schifani”.
Capigruppo d'assalto: Una vita da Schifani
Società con presunti uomini d'onore e usurai. Consulenze ricevute dai Comuni in odore di mafia. E poi l'ascesa ai vertici di Forza Italia. Berlusconi? «Per me è come Cavour»
di Franco Giustolisi e Marco Lillo
Quando, dopo una settimana di nottate, blitz e tranelli ha portato a casa l'approvazione della legge sul legittimo sospetto, Renato Schifani ha sottolineato con il consueto senso delle istituzioni la sua vittoria sull'Ulivo: «Li abbiamo fregati». Il capo dei senatori forzisti è fatto così. «È la mia chiarezza che dà fastidio alla sinistra», ha detto a un settimanale che gli ha dedicato un editoriale lodando «lo stile Schifani». Questo avvocato di 52 anni, nonostante il riporto e gli occhiali da archivista, è l'uomo prescelto da Silvio Berlusconi come volto ufficiale di Forza Italia. E lui lo ripaga come può. In un articolo sul "Giornale di Sicilia" dal titolo "Cavour e il conflitto di interessi" afferma che anche lo statista piemontese era «in potenziale macroscopico conflitto di interessi perché aveva il giornale "Il Risorgimento", partecipazioni bancarie, grandi proprietà terriere e un'intensa attività affaristica». Proprio come Berlusconi, insomma, eppure nessuno gli disse nulla. Peccato che, come scrive Rosario Romeo a pagina 451 della sua biografia, Cavour appena diventò ministro «decise in primo luogo di liquidare gli affari nei quali era stato attivo fino ad allora». Ma Schifani per amore del capo è disposto a sfidare anche il ridicolo. Come quando si fa riprendere in tv accanto al santino del leader neanche fosse Padre Pio. Avvocato civilista e amministrativista, 52 anni, sposato e padre di due figli, amante delle isole Egadi, è stato eletto nel collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che ha dato il cento per cento degli eletti a Forza Italia. Per descrivere l'eroe del legittimo sospetto, l'uomo che ha scavato nottetempo la via di fuga dal processo milanese per Berlusconi e Previti, si potrebbe partire dalle sue radici democristiane. Ma applicando alla lettera il suo credo, «non bisogna usare il politichese ma parlare con serenità il linguaggio dell'uomo comune», sarà meglio partire da una constatazione: il capo dei senatori di Forza Italia è stato socio di affari (leciti) con presunti usurai e mafiosi.
Sua eccellenza Filippo Mancuso, solitamente bene informato, ha definito così il suo ex compagno di partito: «Un avvocato del foro di Palermo specializzato in recupero crediti». Schifani gli ha risposto con una lettera in cui difende la sua «onesta e onorata carriera» e nega di avere mai svolto una simile attività. Negli archivi della Camera di commercio di Palermo risulta però una società, oggi inattiva, costituita nel 1992 da Schifani con Antonio Mengano e Antonino Garofalo: la Gms. L'avvocato Antonino Garofalo (socio accomandante come Schifani) è stato arrestato nel 1997 e poi rinviato a giudizio per usura ed estorsione nell'ambito di indagini condotte dal sostituto Gaetano Paci della Procura di Palermo. L'ex socio di Schifani è ritenuto il capo di un'organizzazione che prestava denaro nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento. Schifani non è stato coinvolto nelle indagini ma certo non deve essere piacevole scoprire di essere stato socio con un presunto usuraio in un'impresa che come oggetto sociale non disdegnava: «L'attività esattoriale per conto terzi di recupero crediti e l'attività di assistenza nell'istruttoria delle pratiche di finanziamento...».
Schifani è stato sempre sfortunato nella scelta dei compagni delle sue imprese. In un rapporto dei carabinieri del nucleo di Palermo, di cui "L'Espresso" è in grado di rivelare i contenuti, si ricostruisce la storia di un'altra strana società di cui il capogruppo di Forza Italia è stato socio e amministratore per poco più di un anno. Si chiama Sicula Brokers, fu istituita nel 1979 e oggi ha cambiato compagine azionaria. Tra i soci fondatori, accanto a un'assicurazione del nord, c'erano Renato Schifani e il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, nonché soggetti come Benny D'Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà. Nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono. Benny D'agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa Nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato un viaggio memorabile sulla sua Ferrari da Napoli a Roma assieme a Michele Greco, il papa della mafia.
Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra arrestati da Falcone nel lontano 1984 e condannati in qualità di capimafia della famiglia di Salemi. Nino Mandalà, infine, è stato arrestato nel 1998 ed è attualmente sotto processo per mafia a Palermo. Questo ex socio di Schifani e La Loggia era il presidente del circolo di Forza Italia di Villabate, un paese vicino a Palermo e proprio di politica parlava nel 1998 con il suo amico Simone Castello, colonnello del boss Bernardo Provenzano mentre a sua insaputa i carabinieri lo intercettavano. Mandalà riferiva a Castello l'esito di un burrascoso incontro con il ministro Enrico La Loggia, allora capo dei senatori di Forza Italia. Mandalà era infuriato per non avere ricevuto una telefonata di solidarietà dopo l'arresto del figlio (poi scagionato per un omicidio di mafia). E così raccontava di avere chiuso il suo colloquio con La Loggia: «Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso. A quel punto lui si è messo a piangere». La Loggia ha ammesso l'incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa. E anche Mandalà al processo ha parlato di millanteria. Nella stessa conversazione intercettata Mandalà parlava di Schifani in questi termini: «Era esperto a 54 milioni all'anno, qua al comune di Villabate, che me lo ha mandato il senatore La Loggia».
Schifani è stato sentito dalla Procura e, senza falsa modestia ha spiegato con la sua bravura la consulenza e lo stipendio: «Il mio studio è uno dei più accreditati in campo urbanistico in Sicilia». Ma per La Loggia sotto sotto c'era una raccomandazione: «Parlai di Schifani con Gianfranco Micciché (coordinatore di Forza Italia in Sicilia) e dissi: sta sprecando un sacco di tempo e quindi avrà dei mancati guadagni facendo politica. Vivendo lui della professione di avvocato dico se fosse possibile fargli trovare una consulenza. È un modo per dirgli grazie. E allora parlammo con il sindaco Navetta». Il sindaco Navetta è il nipote di Mandalà e il suo comune è stato sciolto per mafia nel 1998.
Il capogruppo di Forza Italia è stato sfortunato anche nella scelta dei suoi assistiti. Proprio un suo ex cliente recentemente ne ha fatto il nome in tribunale. La scena è questa: Innocenzo Lo Sicco, un mafioso pentito, il 26 gennaio del 2000 entra in manette in aula a Palermo e viene interrogato sulla vicenda di un palazzo molto noto in città, quello di Piazza Leoni. Le sue parole fanno balenare pesanti sospetti: «L'avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi perché, così mi disse, fecero una sanatoria e lui era riuscito a farla pennellare sull'esigenza di quegli edifici. Era soddisfattissimo. Perché lo diceva a me? Ma perché io lo avevo messo a conoscenza di qual era la situazione, l'iter, le modalità del rilascio della concessione...».
La Procura dopo aver analizzato le parole del pentito non ha aperto alcun fascicolo per la genericità del racconto. Comunque la storia di questo palazzo, scoperta dal giornalista de "la Repubblica" Enrico Bellavia, è tutta da raccontare. Comincia alla fine degli anni Ottanta quando Pietro Lo Sicco, imprenditore finanziato dalla mafia e zio di Innocenzo, mette gli occhi su un terreno a due passi dal parco della Favorita, una delle zone più pregiate di Palermo. Lo Sicco vuole costruirci un palazzo di undici piani ma prima bisogna eliminare due casette basse che appartengono a due sorelle sarde, Savina e Maria Rosa Pilliu, che non vogliono svendere. Pietro Lo Sicco le minaccia e le sorelle si rivolgono alla polizia. Ma la mafia è più lesta della legge: Lo Sicco ottiene la concessione edilizia grazie a una mazzetta di 25 milioni di lire e comincia ad abbattere l'appartamento a fianco. Quando le sorelle vedono avvicinarsi il bulldozer cominciano ad arrivare nel loro negozio i fusti di cemento. Il messaggio è chiaro: finirete lì dentro. Lo Sicco smentisce di essere il mandante ma la Procura offre alle Pilliu il programma di protezione. Oggi le sorelle sono un simbolo dell'antimafia: vivono proprio nel palazzo costruito da Lo Sicco e confiscato dallo Stato. Il costruttore è stato condannato a 2 anni e otto mesi per truffa e corruzione a cui si sono aggiunti sette anni per mafia.
All'inaugurazione del nuovo negozio costruito grazie al fondo antiracket, il senatore Schifani non c'era. Era dall'altra parte in questa vicenda. Il suo studio ha difeso l'impresa Lo Sicco davanti al Tar. Il pentito Innocenzo Lo Sicco, ha raccontato che lui stesso accompagnava l'avvocato Schifani negli uffici per seguire la pratica. Certo all'epoca l'imprenditore non era stato inquisito e il senatore non poteva sapere con chi aveva a che fare anche se il genero di Lo Sicco era sparito nel 1991 per lupara bianca. In quegli stessi anni Schifani assisteva anche altri imprenditori che sono incappati nelle confische per mafia, come Domenico Federico, prestanome di Giovanni Bontate, fratello del vecchio capo della cupola Stefano. Un settore quello delle confische che il senatore non ha dimenticato in Parlamento. Quando ha presentato un progetto di legge (il numero 600) per modificare la legge sulle confische e sui sequestri.
ha collaborato Giuseppe Lo Bianco
l'Espresso (13 agosto 2002).