Vignetta di Marco Dambrosio
Scherzi di famiglia
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
Quand'erano un filo più giovani, i due figli di primo letto Marina e Piersilvio servivano al Cainano per giurare il falso sulle loro povere teste. Ora che son cresciuti, vengono adibiti agli usi più disparati. C'è da sistemare una precaria? Che problema c'è, se la sposa Piersilvio (il poveretto non viene nemmeno consultato sui suoi gusti sessuali). C'è da salvare l'Alitalia? Ghe pensi mi, «ci sono i miei figli pronti a rilevarla, insieme a Toto e Banca Intesa». Purtroppo Toto ha già perso la sua chance. Mentre Banca Intesa, non avendo legami di parentela con la famiglia Berlusconi (ma solo cospicui crediti con Forza Italia e con Toto), ha subito smentito. I due incolpevoli pargoli, invece, non osano nemmeno fiatare.
Del resto papà lo conoscono bene: lui le spara così, a raffica, come gli vengono. Infatti, col venir meno della banca, nonno Silvio fa presente che «la cordata è sempre pronta», ma c'è una piccola postilla: bisogna trovare qualcuno che metta i soldi, che sarà mai. Di qui l'idea geniale: il governo Prodi potrebbe lanciare un «prestito ponte», prelevandolo dalle tasche dei contribuenti, per finanziare l'operazione. In Europa si ride di gusto, visto che le regole comunitarie vietano gli aiuti di Stato. Ancora qualche ora e il Cainano dirà di essere stato frainteso dai soliti comunisti. Peccato, però, che sia finita così. Intanto perché una compagnia aerea denominata «Piersilvio Airways» («Air Marina» avrebbe ingenerato equivoci col trasporto nautico) non avrebbe guastato affatto, in alta quota. Poi perché il conflitto d'interessi berlusconiano languiva da qualche anno sulle solite cosucce tipo tv, giornali, radio, portali internet, banche, assicurazioni, calcio, cinema, processi penali, insomma poca roba. Inglobare anche una compagnia di bandiera nel gruppo del futuro premier avrebbe conferito al conflitto d'interessi un frizzante tocco di novità, al punto che persino Uòlter, forse, avrebbe dovuto occuparsene. Ma l'operazione Piersilvio Airwaiys avrebbe giovato soprattutto per un terzo motivo: avrebbe inaugurato una nuova via tutta italiana al «fare impresa». Un tizio, uno a caso, mettiamo Berlusconi, diventa presidente del Consiglio nel 2001 e si incarica di mandare definitivamente a picco un'azienda pubblica già cagionevole di salute. Per essere sicuro che non ne resterà più traccia, la affida nelle mani sicure della Lega e di An, che ci giochicchiano per l'intera legislatura con i loro leggendari supermanager. Si comincia con l'ex deputato leghista Giuseppe Bonomi, promosso presidente di Alitalia e rimasto celebre per aver sponsorizzato i mondiali di equitazione indoor salto a ostacoli, ad Assago (Milano), dove lui stesso si esibì in sella al suo cavallo baio. Poi Bonomi viene spedito alla Sea (Linate e Malpensa) e ad Alitalia arriva un fedelissimo di Fini: Marco Zanichelli. Ma subito Tremonti litiga con Fini: «Giù le mani da Alitalia, non c'è più una lira». Zanichelli, preso fra le risse di potere del Cdl, se ne va dopo appena 70 giorni, rimpiazzato dall'ottimo Giancarlo Cimoli, che aveva già fatto così bene alle Ferrovie. Il tempo di scortare la compagnia verso il burrone, poi anche lui leva il disturbo, con una modica liquidazione di 5 milioni di euro. A quel punto, affondata la flotta, il Cainano se ne va in ferie per un paio d'anni. E al suo posto arriva gente seria, come Prodi e Padoa Schioppa che tentarono di riparare ai guasti suoi. Quando ce la stanno per fare, trovando Airfrance interessata a rilevare un bidone che brucia 1 milione e ha perso 15 miliardi in 15 anni, riecco l'Attila di Arcore che, travestito da Buon Samaritano, tenta di sabotare la trattativa con l'aiuto consapevole di Bobo Formigoni, Bobo Maroni e Morticia Moratti e l'aiuto inconsapevole dei soliti sindacati miopi. Dice che compra tutto lui, anzi «i miei figli», più il celebre Toto, naturalmente coi soldi degli altri: o delle banche, o dello Stato. Perché lui, com'è noto, è un imprenditore che si è fatto da sé, e anche un vero liberale. Una compagnia della buona morte talmente inguardabile che perfino Bonomi, da Malpensa, prende le distanze e, sotto sotto, si tocca. Basti pensare che - come rivelava ieri sulla Stampa Minzolini - sul caso Alitalia il consigliere più ascoltato di Berlusconi è il deputato forzista Giampiero Cantoni, già presidente craxiano della Bnl, più volte inquisito e arrestato, dunque titolare delle giuste credenziali per occuparsi della faccenda: per esempio, un patteggiamento di 11 mesi di reclusione per corruzione (con risarcimento di 800 milioni di lire) e un altro di 13 mesi per concorso in bancarotta fraudolenta del gruppo Mandelli. Un esperto. È la via berlusconiana al risanamento. Chi si chiama al capezzale di un'azienda dalla bancarotta? Un bancarottiere. Per dargli un'altra chance.
l’Unità (21 marzo 2008)
COSA NOSTRA L'ex governatore condannato per aver favorito mafiosi chiede maxidanni per gli articoli di cronaca del nostro giornale
II processo Cuffaro, «l'Unità» e «un certo giornalismo»
Ci sarà tempo per quantificare la cifra esatta, ma intanto lui formula la richiesta di «alcune centinaia di migliaia di euro». Si ritiene vittima di un vero e proprio pseudo processo, una sorta di processo parallelo svoltosi nella piazza mediatica, anziché nelle aule di tribunale, che contro di lui sarebbe stato intentato da L'Unità attraverso tre articoli di Saverio Lodato pubblicati il 20 luglio 2003, 21 luglio 2004, il 24 dicembre 2004. Con l'aggravante che analoga linea accusatoria sarebbe stata ribadita da Lodato, questa volta insieme con Marco Travaglio, nel libro «Intoccabili», edito dalla Rizzoli nel maggio 2005.
Stiamo parlando di Salvatore Cuffaro, ex presidente della regione siciliana, costretto alle dimissioni dalla condanna di primo grado a cinque anni di reclusione e all'interdizione dai pubblici uffici per aver favorito alcuni mafiosi. Evidentemente, l'ex governatore di Sicilia, adesso candidato al Senato nelle liste dell'Udc, ritiene sia venuto il momento di un salutare regolamento di conti con quella stampa e quei giornalisti che in questi anni hanno fatto la scelta di non tacere sulla pesante vicenda giudiziaria che lo riguardava. Una vicenda - lo ricordiamo - che va avanti dal 2001 e che, con ogni probabilità, è destinata a finire in prescrizione per il tempo trascorso. Inutile dire che Cuffaro insiste, anche in questa occasione, sulla sua linea innocentista.
Ribadisce di non avere mai avuto nulla a che vedere con uomini di Cosa Nostra. Ribadisce di non aver mai «soffiato» a nessuno la notizia che si stavano svolgendo indagini sul suo conto. Ribadisce di non aver mai detto a Salvatore Aragona (mafioso) che il telefono di Giuseppe Guttadauro (mafioso) era sotto controllo. Di non essere mai stato alla testa di alcuna «piramide». Lamenta un «crescendo incalzante di accuse gravissime» contro la sua persona. Ritiene l'autore degli articoli pubblicati da «l'Unità», responsabile di avere dismesso la veste del cronista per assumere quella di novello pubblico ministero, o meglio di tribunale giudicante, probabilmente affiancato da una mente giuridica.
Impossibile riassumere dettagliatamente il puntiglioso elenco dei contenziosi che l'ex governatore ha dato mandato al suo legale di stilare. Ma alcuni passaggi meritano di essere citati.
Cuffaro lamenta di aver subito una lesione dell'identità personale e politica a causa di un certo giornalismo orchestrato contro di lui. Lamenta persino di avere subito la lesione ad avere un processo sereno. Infine, c'è tutto il suo risentimento per essere stato chiamato don Totò, in uno di quei tre articoli. Dimenticando, forse, di essere stato lui, per primo, a giocherellare con la sua immagine apparendo nel video, trasmesso da una tv privata siciliana, con tanto di coppola in testa e scacciapensieri in mano.
Comunque sia, colpisce che Cuffaro si comporti come se fosse stato assolto e come se l'intero impianto accusatorio della Procura di Palermo fosse stato ridotto a carta straccia. Anche perché tutti dovremo avere la pazienza di leggere le motivazioni della sentenza del Tribunale che, avendolo condannato a cinque anni, avrà pur salvato qualche foglietto di carta di quell'inchiesta. O no? In conclusione. Caro Cuffaro, ma è davvero convinto, ora che andrà al Senato, di non avere cose più utili da fare che attaccare, insieme ai giornalisti che provano a fare il loro mestiere, anche la libertà di stampa che è rimasta nel nostro paese?
r.p.
l’Unità (21 marzo 2008)
Bogotà | 27 marzo 2008
L'ostaggio delle Farc Ingrid Betancourt e' "gravemente malata"
L'ex candidato alla presidenza colombiana Ingrid Betancourt, ostaggio delle milizie ribelli delle Farc dal 2002, avrebbe ricevuto delle cure mediche perché "in gravi condizioni di salute". A renderlo noto il mediatore colombiano Volmar Perez.
In una intervista Perez ha spiegato che "l'informazione di cui disponiamo è che è stata trattata in alcuni centri medici del dipartimento del Guaviare", ed ha aggiunto che la sua istituzione "ha potuto verificare" la veracità dell'informazione". Il responsabile governativo ha quindi insistito che "l'informazione di cui disponiamo, e che risale a febbraio, è effettivamente che lo stato di salute della Betancourt è molto precario e che le sue condizioni fisiche sono andate deteriorandosi".
In particolare Perez ha sostenuto che una delle fonti gli ha riferito che la sua condizione fisica "non era molto lontana dalle immagini che conosciamo dei bambini della Somalia", per quanto riguarda debolezza e magrezza.
L'ultima prova di sopravvivenza della Betancourt inviata dalle Farc è stato un video diffuso nel dicembre scorso in cui la si vedeva pallida, magra e con lo sguardo a terra e perso nel vuoto.
In una lettera inviata alla madre la Betancourt sosteneva che la vita nella selva degli ostaggi assomiglia a quella dei "morti viventi". www.rainews24.rai.it
Roma | 27 marzo 2008
C'e' o non c'e' la cordata per Alitalia? I quotidiani si interrogano
Secondo il quotidiano La Stampa, che riporta le dichiarazioni di Berlusconi, la cordata per l'acquisto di Alitalia sarebbe composta da alcuni fra i massimi calibri del capitalismo italiano: Mediobanca, Eni, gruppo Ligresti e Benetton. Si tratterebbe, ora, di trasformare l'interessamento in accordo e poi uscire allo scoperto, magari prima delle elezioni.
La cordata, invece, secondo la ricostruzione del quotidiano La Repubblica, sarebbe in alto mare. Il Cavaliere attraverso uomini di sua fiducia vuol coinvolgere Ligresti che, tuttavia, sarebbe assai restio e a lui vorrebbe affiancare il finanziere Francesco Micheli, la famiglia Riva leader nella produzione di acciaio, ma anche Francesco Pizzo della compagnia aerea Air Mistral e Carlo Toto che assieme a Banca Intesa ha già tentato l'acquisto di Alitalia. Nomi di prestigio che, come spiega il leader della Lega Bossi, difficilmente vorranno investire in un settore difficile come quello dell'aviazione difficile. E lo stesso Bossi ammette che l'unica offerta concreta per l'acquisto di Alitalia rimane quella di Air France-KLM.
Stasera il presidente della compagnia franco- olandese presenterà un nuovo pacchetto di proposte ai sindacati. Secondo indiscrezioni rimarrebbero 2100 gli addetti in esubero i quali, fra ammortizzatori sociali e un contributo della stessa Air France, continuerebbero a percepire il 100% dello stipendio per almeno 7 anni. I lavoratori di Az Service passeranno in buona parte al gruppo Fintecna, mentre rimarranno in Alitalia un numero superiore ai 3300 previsti in un primo momento. Su questa base i sindacati sono disposti a ragionare. www.rainews24.rai.it

Washington | 27 marzo 2008
Usa, annullata la condanna a morte per Abu-Jamal
Una corte federale americana ha commutato nel carcere a vita la condanna a morte per Mumia Abu Jamal, l'attivista delle Pantere Nere condannato nel 1982 alla pena capitale per l'omicidio di un poliziotto, avvenuto un anno prima. La decisione della Corte d'Appello di Filadelfia ha l'effetto di costringere l'accusa a presentare di nuovo il suo caso davanti ad una giuria per ottenere una condanna a morte. In caso contrario la condanna a morte contro Abu-JKamal è automaticamente commutata nel carcere a vita. www.rainews24.rai.it
Parigi | 27 marzo 2008
Pechino 2008, Sarkozy: "Consulterò Ue prima di un eventuale boicottaggio"
Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, si è detto pronto a boicottare la cerimonia di apertura di Pechino 2008. Lo farebbe anche nelle vesti di presidente dell'Unione Europea, della quale sarà ad agosto presidente di turno. "Quando arriveranno le Olimpiadi sarò presidente dell'Unione Europea, così mi consulterò con i Paesi membri se boicottare o meno", ha detto Sarkozy in una conferenza stampa congiunta con il primo ministro britannico, Gordon Brown. www.rainews24.rai.it

New York | 27 marzo 2008
Armi cinesi e sovietiche di 40 anni fa. Scandalo su forniture USA all'esercito afghano
Se non fosse la notizia d'apertura del New York Times, avrebbe tutte le caratteristiche della classica 'bufala'. Il Pentagono ha sospeso un contratto da 300 milioni di dollari con la "AEY Inc", una compagnia specializzata nella vendita di armi, dopo aver scoperto che quest'ultima forniva alle forze militari afghane equipaggiamenti degli arsenali del Patto di Varsavia o cinesi.
Su alcune confezioni danneggiate prodotte in Cina si legge la data del 1966 e molti altri pezzi risalgono a oltre 40 anni fa, scrive il New York Times. E non è tutto: al vertice della AEY, sede legale in un ufficio anonimo di Miami, c'è un ventiduenne, tale Efraim Diveroli. Aveva 18 anni al momento della stipula del primo contratto nel 2004, da quando ha firmato con il Pentagono contratti per oltre un miliardo di dollari. Il vice presidente? Un massaggiatore, secondo quanto riporta il quotidiano americano.
Efraim Diveroli, peraltro, nel frattempo è stato al centro di intercettazioni telefoniche che lascerebbero supporre casi di corruzione per l'acquisto di 100 milioni di vecchie munizioni in Albania.
I nomi di alcuni dei mediatori e delle persone coinvolte nella transazione si trovano in una lista federale di presunti trafficanti di armi, inoltre. La AEY tratta principalmente armi provenienti dall'Albania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Kazakhistan, Montenegro, Romania e Slovacchia. Alcune delle scorte acquistate in quei paesi dalla società erano state considerate da distruggere dalla Nato e dal Dipartimento di Stato americano per la loro inaffidabilità.
Pezzi d'antiquariato, insomma, con cui combattere i Talebani e dare la caccia a bin Laden. Al Dipartimento di Stato, scrive il New York Times, "in molti ci facciamo questa domanda: ma come ha fatto questo Diveroli a ottenere tutti questi contratti?". www.rainews24.rai.it
FRONTE DEL VIDEO
Tv elettorale? Martirio quotidiano
È in atto la beatificazione del vecchio Padre Mariano. Segno che anche la Chiesa tiene in gran considerazione le comunicazioni di massa. E non richiede più nemmeno la prova dei miracoli fatti: è sufficiente scovare un miracolo attribuibile alla intercessione di padre Mariano. Con una motivazione così, non è escluso che prima o poi ci troveremo di fronte anche alla beatificazione di Bruno Vespa, mentre l’Unto del signore si autobeatifica ogni giorno da sé. E tutti noi telespettatori affrontiamo il nostro piccolo martirio quotidiano sopportando certa gente nei dibattiti elettorali. Come l’altra sera, durante una puntata di Ballarò infestata dalla gracchiante Vittoria Brambilla. Ma Fassino, che qualche stilla di santità ce l’ha già nel fisico, ha resistito all’urto. Forse consolato dalla presenza di Casini, che diventa tanto più intelligente quanto più si allontana da Berlusconi. Benché ci fosse anche Lamberto Dini, al quale vorremmo chiedere con che faccia si presenti in tv. Pur conoscendo la risposta: con la sua, quella che si merita.
Maria Novella Oppo
l’Unità (27 marzo 2008)