
Perché Berlusconi non dice dove ha preso i capitali i capitali Fininvest?
Il consulente della Procura di Palermo firma una transazione. I suoi avvocati: non condividiamo la ricostruzione dei fatti.
Sette anni dopo Francesco Giuffrida dichiara che il suo giudizio era «parziale e non definitivo». Curioso: il vicedirettore della Banca d’Italia a Palermo sa da dove vengono quei capitali e l’ex premier no.
FRANCESCO Giuffrida, vicedirettore della Banca d’italia a Palermo e consulente della Procura nel processo Dell’Utri a proposito della misteriosa provenienza dei capitali della Fininvest, ha «raggiunto un accordo transattivo» con la stessa Fininvest nella causa civile per danni che il gruppo Berlusconi gli aveva intentato l’anno scorso. In cambio del ritiro della denuncia, Giuffrida dichiara che la sua consulenza sui finanziamenti alla Fininvest fra gli anni 70 e 80 era «parziale e non definitiva»: s’interruppe nel 1998 con l’archiviazione del fascicolo a carico di Berlusconi (per mafia e riciclaggio) per decorrenza dei termini. Fin qui, nulla di nuovo: la circostanza era già stata precisata dai pm e da Giuffrida al processo Dell’Utri.
Provvista interna? La novità è che Giuffrida dichiara di essersi sbagliato in Tribunale quando, sotto giuramento, sostenne che alcune operazioni finanziarie erano «anomale» e che 113 miliardi di lire dell’epoca (300 milioni di euro di oggi, in parte in contanti e assegni circolari) risalivano a «flussi di provenienza non identificabile»: ora, 7 anni dopo, scopre improvvisamente che «le operazioni erano tutte ricostruibili e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest». La provvista dei soldi dunque non era esterna, come da lui sostenuto al processo sotto giuramento, ma «interna». I soldi a Berlusconi li dava Berlusconi. Nessun sospetto di capitali mafiosi o poco trasparenti. Il Cavaliere è candido come un giglio, limpido come acqua di fonte. Tutto è bene quel che finisce bene (resta da capire chi finanziava Berlusconi per consentirgli di finanziare se stesso).
Sulle ali dell’entusiasmo, la stampa berlusconiana trae deduzioni mirabolanti. Libero: «Su Silvio un mucchio di balle», «Ritratta tutto il perito dei giudici che accusò Fininvest di essere nata con i soldi della mafia. E’ la fine di una persecuzione e dei teoremi di Travaglio & C». Il Giornale: «Crollano i teoremi sulla nascita della Fininvest»; sotto, un cronista appena licenziato da Repubblica perché avvertiva il Sismi di quel che scrivevano i suoi colleghi, racconta a modo suo «Il partito di Giuffrida che ha ispirato libri e show. Da Travaglio a Grillo e Luttazzi, la sinistra ha elevato il funzionario di Bankitalia a eroe della resistenza anti-Cavaliere». L’on. avv. Nicolò Ghedini si sporge oltre: «Berlusconi ha creato ricchezza e migliaia di posti di lavoro in modo assolutamente corretto. Oscuri giornalisti sono diventati famosi e analfabeti di ritorno sono diventati scrittori, diffamando Berlusconi in merito all’origine del suo patrimonio. Molti dovrebbero scusarsi con lui». L’on. avv. non spiega chi avrebbe diffamato il Cavaliere, visto che tutte le cause civili intentate da lui e dai suoi cari contro i giornalisti (ma anche contro Luttazzi e Freccero) che hanno raccontato i misteri delle sue fortune sono finite con l’assoluzione dei denunciati e la condanna di Berlusconi & C. a rifondere le spese legali. In ogni caso, se un consulente parla in un pubblico dibattimento, un giornalista riferisce e poi il consulente ritratta, perché mai dovrebbe scusarsi il giornalista?
Fatti nuovi o bugie? Spetta ora a Giuffrida spiegare quali fatti nuovi (non indicati nella transazione) l’abbiano indotto al clamoroso voltafaccia. In caso contrario, spetterà alla magistratura accertare quando il consulente abbia mentito: se al processo Dell’Utri (sotto giuramento) o nella transazione con
Ora, si può comprendere il tormento di un uomo solo trascinato in giudizio da un gruppo tanto potente. Ma visto l’uso disinvolto che si fa della transazione, qualche precisazione s’impone.
1) Dell’Utri è stato condannato dal Tribunale di Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, e non per riciclaggio. Non in base alla consulenza Giuffrida, ma a una gran mole di prove (i giudici parlano di «imponente produzione di documenti rappresentativi di fatti, persone e cose mediante fotografie e filmati tv; perquisizioni nei luoghi di pertinenza anche di Dell’Utri; intercettazioni telefoniche e ambientali; sequestri di cose pertinenti ai reati e di documenti presso istituti di credito»).
Correttamente
2) Nemmeno un luminare come lovenitti riesce a dimostrare che è tutto regolare. Anzi, davanti alle contestazioni dei pm e di Giuffrida, è costretto ad ammettere che alcune operazioni erano «potenzialmente non trasparenti». Scrivono i giudici: «Non è stato possibile, da parte di entrambi i consulenti, risalire in termini di assoluta certezza e chiarezza all’origine, qualunque essa fosse, lecita od illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holding Fininvest. E allora le “indicazioni” dei collaboranti e del Rapisarda non possono ritenersi del tutto “incompatibili” con l’esito degli accertamenti (...)». Ora la retromarcia di Giuffrida “scavalca” addirittura il consulente Fininvest che «non ha contribuito a chiarire la natura di alcune operazioni finanziarie “anomale” e a evidenziare la correttezza delle risultanze societarie, contabili e bancarie del gruppo Fininvest, in modo da escludere una volta per tutte la possibilità che Dell’Utri avesse utilizzato
Perché non parli? Su un punto i berluscones hanno ragione: la storia delle origini misteriose dei capitali Fininvest si trascina da troppo tempo. Ma chi meglio di Silvio Berlusconi potrebbe fare piena luce? L’occasione d’oro gli si presenta il 26 novembre 2002, quando il Tribunale di Palermo che processa Dell’Utri va a interrogarlo a Palazzo Chigi. Ma lui, invece di chiarire dove ha preso quei soldi, si avvale della facoltà di non rispondere. Il pm Ingroia lo stuzzica: «La sua deposizione sarebbe preziosa per dare un importante contributo all’accertamento della verità». E snocciola le questioni che giudici e pm han deciso dì sottoporgli: «I rapporti del sen. Dell’Utri con Rapisarda, Cinà, Mangano, la provenienza dei capitali...». ll premier pare tentato di replicare, Ghedini lo stoppa: meglio di no. Giudici, pm e avvocati se ne tornano a Palermo a mani vuote. Scriverà il Tribunale: «Il premier s’è lasciato sfuggire l’imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica, incidente sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone, avrebbe potuto illustrare. Invece, ha scelto il silenzio».
Ora che Giuffrida dice che è tutto regolare, c’è da sperare che se ne convinca anche il Cavaliere. E, se non ha nulla da nascondere, ritrovi la favella. Altrimenti si verrebbe a creare una situazione davvero curiosa: un funzionario della Banca d’Italia sa dove Berlusconi ha preso i soldi, e Berlusconi non lo sa.
PS.
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (29 luglio 2007)
*Il titolo è mio
In una piazza della Scala gremita di bandiere rosse, Milano ha detto grazie al «suo» eroe Giovanni Pesce.
Il portone di Palazzo Marino, sede del Comune, è rimasto aperto dalle 8 di questa mattina perchè chi voleva potesse dare l'ultimo saluto al combattente della guerra di Spagna, al comandante partigiano, al consigliere comunale del Pci, all'anima dell'Anpi, all'esponente di Rifondazione, all'uomo che ancora a 89 anni continuava ad andare nelle scuole per raccontare ai giovani la lotta per la libertà. (…)Ma soprattutto c'erano i "ragazzi" che negli anni hanno sentito i suoi racconti: gente comune, giovani e non più giovani, che hanno salutato il feretro con un applauso scrosciante, con le bandiere rosse alzate, il pugno chiuso, i canti partigiani e le incitazioni alla resistenza. Anche da Madrid sono venuti i compagni spagnoli a salutare Pesce e a dirgli un'ultima volta grazie. Per Ana Perez, presidente dell'associazione Amici delle Brigate internazionali, sarebbe stato «inconcepibile» non essere presente oggi. «È un modo per esprimere gratitudine e rispetto per chi ha difeso la liberta». Un grazie anche dalla Spagna. http://www.unita.it (30 luglio 2007)
L'altra notte Giovanni Pesce, nome di battaglia «Visone», è morto a casa sua, a Milano, assistito dalla moglie Onorina, nome di battaglia «Sandra», la cara staffetta che, nel 1943, era l'unica a poterlo avvicinare per consegnare gli ultimi ordini del Comitato di Liberazione nazionale e della direzione del Pci. Già, perché il più famoso gappista d'Italia era comunista e veniva da una famiglia antifascista abituata al lavoro e alla sofferenza. (…) In uno dei tanti incontri, gli avevo chiesto: «Ma non avevi paura?», e lui: «Eccome». Poi aveva ancora spiegato: «Una volta ho detto ai compagni che quel comandante dei repubblichini addetto agli arresti nelle fabbriche, non era arrivato in ufficio. Invece c'era. Ma io ero stato colto dal tremito e dal panico e non avevo fatto nulla. La volta successiva, dopo alcune esitazioni, era partito deciso ad assolvere all'incarico. Ero entrato nel bar dove il comandante stava facendo colazione. Mi ero avvicinato e avevo spianato la pistola. Per un attimo ci eravamo guardati negli occhi. Un attimo che non finiva più. Avevo letto in quello sguardo la sua paura, il suo terrore. Poi avevo visto che stava mettendo la mano alla pistola. Allora avevo fatto fuoco tre o quattro volte. Subito dopo ero uscito e saltato sulla mia bicicletta. Dovevo giustiziare quel comandante. Sapevo dei nostri compagni e di tanti innocenti, torturati, impiccati, fucilati». Quante volte hai sparato avevo chiesto a Giovanni. E lui aveva risposto: «Molte, molte volte. Non le ho mai contate». Poi ancora aveva aggiunto: «Sai che nel dopoguerra, su un tram a Milano, ho incrociato gli occhi con la moglie e figli di un famoso spione che avevo liquidato. Ci siamo sfioranti e ognuno e andato per conto proprio. Credimi è stata dura. Ammazzare, anche se in guerra e nella battaglia più grande per la libertà, non è facile. Ogni volta mi si stringeva il cuore». Nella motivazione della medaglia d'oro, si ricorda che «Visone» era stato, insieme a un compagno dei Gap gravemente ferito, inseguito dai nazisti. Lui aveva preso sulle spalle quel ferito e, sparando come un pazzo, si era dileguato. Pochi giorni dopo, con altri, aveva assaltato «Radio Torino» ed era riuscito a distruggere parte degli impianti, nonostante la presenza di una decina di nazisti e un gruppetto di repubblichini. Imprese incredibili e straordinarie. (…) Caro «Visone», la tua parte per tutti e per la nostra Italia, l'hai fatta. Un abbraccio. Wladimiro Settimelli www.unita.it (27 luglio 2007)
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