
Bisognerebbe distribuirla nelle università, la requisitoria del sostituto procuratore generale Vittorio Corsi di Bosnasco al processo di Cogne. Soprattutto la parte in cui il magistrato illustra la storia di questo processo celebrato negli studi di Porta a Porta, Costanzo Show e Matrix (Mentana aveva promesso di non occuparsi mai di Cogne: infatti...) e giunto irrimediabilmente deformato nelle aule di giustizia. Dalle parole di questo magistrato all'antica, studiosi e studenti trarrebbero ricchi spunti di riflessione sugli ultimi lasciti del berlusconismo: la tv giudiziaria e la giustizia televisiva. Grazie a Vespa, a Mentana e all'avvocato Taormina, la signora Franzoni è stata la cavia su cui, per 5 anni, si è sperimentato il modello di difesa berlusconiano su un cittadino comune. Con effetti devastanti per il cittadino normale ma soprattutto per quel che resta dell'informazione e della giustizia in Italia. Che poi le requisitorie dei processi d'appello alla Franzoni e a Berlusconi siano arrivate lo stesso giorno, è una di quelle astuzie della storia che portano a credere nella divina provvidenza.
Cosa fa Giorgio Franzoni, padre dell'imputata, quando le cose per la sua «Bimba» si mettono male? Ingaggia un avvocato-deputato di Forza Italia, Taormina. «Voglio sentirgli dire - tuona al telefono - che aprirà un'inchiesta sui carabinieri», cioè sul Ris di Parma che ha il torto di indagare sulla figlia. Poi fa pressione su vari ministri di Berlusconi («Far intervenire il ministro della Difesa», «Nel governo abbiamo appoggi»). Sua moglie telefona alla segretaria del presidente della Camera Casini: «Mio marito conosce bene l'onorevole». Se Casini solidarizza pubblicamente con Dell'Utri alla vigilia della sentenza, darà una mano anche alla Bimba. Il resto lo fanno le interviste sapientemente dosate in tv e ai rotocalchi, le lacrime a comando («Ho pianto troppo?»), le gravidanze in serie, le foto in bikini col marito in Sardegna o nella piazza del paese, versione baby sitter con bambini, e le orde di tele-fans che sciamano verso il Tribunale di Torino, come nelle gite delle pentole e nelle visite alla Torre di Pisa, come i guardoni dei vip in Costa Smeralda.
Nel processo berlusconizzato e lelemorizzato i fatti non contano più nulla. Conta il reality show. L'imputato non è più la mamma rinviata a giudizio e condannata a 30 anni in primo grado, ma tutti gli altri, puntualmente denunciati da Taormina: i vicini di casa, i pm e il gip di Aosta, il colonnello del Ris, i consulenti del Tribunale, i giornalisti non allineati. «Se i giudici non scagioneranno la Bimba, dovranno essere distrutti», annuncia il patriarca Franzoni, mentre il premier Silvio distrugge i suoi («cancro da estirpare», «doppiamente matti»), tempestandoli di calunnie, denunce, ispezioni, procedimenti disciplinari. Come i colleghi avvocati-deputati del Cavaliere, Taormina provvede alla difesa «dal» processo: tira in lungo, denuncia e attacca tutti, da Aosta chiede di passare a Torino, e da Torino a Milano, e alla fine risulta pure lui indagato per certe false impronte lasciate dal suo staff per depistare.
«Questo - dice allibito il Pg - è uno dei casi più semplici di "figlicidio": le statistiche dicono che sono una ventina l'anno, perlopiù commessi da madri. Tanti sono rapidamente chiariti e dimenticati. Per questo, dopo 5 anni, ancora ci si domanda se l'imputata è innocente perché non confessa, o perché si teme di ammettere che un delitto così orrendo sia stato commesso da una madre "normale". Ma è il processo che è anomalo: la difesa l'ha imposto come se si venisse dal nulla, come se non ci fossero i fatti, le prove».
I fatti, le prove: roba da tribunali, non da tv, nel paese che affida le sentenze a Vespa, Palombelli, Crepet; nel paese dove chi racconta il bonifico da 434 mila dollari Berlusconi-Previti-Squillante è un pericoloso eversore. La mamma di Cogne, intercettata, aveva persino confessato («Non so cosa mi è success... cioè, cosa gli è successo»). Ma nessuno, nelle 73 puntate di Porta a Porta, ne ha mai parlato. Sennò il presunto «giallo di Cogne» finiva subito. E magari, poi, toccava raccontare come Berlusconi e Previti corruppero un paio di giudici, o come Andreotti mafiò per 30 anni. Non sia mai.
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (28 marzo 2007)
«La legalizzazione delle unioni di fatto è inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo»; avrebbe effetti deleteri sulla famiglia perchè toglierebbe «al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro». E poi: La legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso è un problema ancor più grave - si afferma - perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile». I cristiani «non possono appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società». E ancora, il parlamentare cattolico ha il «dovere morale di esprimere il suo disaccordo e votare contro qualsiasi progetto di legge che possa dare un riconoscimento alle unioni gay». Di più, secondo la Cei sarebbero «incoerenti» i politici cattolici che appoggeranno il disegno di legge sui diritti dei conviventi. Consiglio permanente della Cei, 28 marzo (estratto da www.unita.it)
Fausto Bertinotti premette di voler rispondere con «una banalità: il tema della laicità dello Stato è un valore fondativo delle nostre istituzioni». Certo, aggiunge, «bisogna anche avere grande rispetto per tutti i fenomeni religiosi e, in particolare, per la presenza significativa della religione cattolica. Ma proprio per questo - ha proseguito - bisogna avere l'ambizione di realizzare ogni giorno la laicità dello Stato per costruire la storia delle istituzioni su valori autonomi».
Ma ormai, per il presidente della Camera, «il rapporto tra legislatore e autorità religiose è una questione che fa parte del dibattito pubblico» e che può essere «un discorso utile, anche se aspro, se si parte da due considerazioni principali: la prima è che la laicità dà l'idea dell'autonomia del legislatore; la seconda è che esiste una libertà delle gerarchie ecclesiastiche al potersi esprimere».
«Ormai siamo di fronte a un aperto conflitto tra Stato e Chiesa che colpisce i principi costituzionali», dice Angius dei Ds. Per il ministro Bindi, non i Dico ma il manifesto del Family Day rischia di essere «un vero matrimonio privato». «Dai vescovi brutale razzismo antigay», commenta sconsolato di Franco Grillini (Ds). «Prevalga l'autonomia della politica - chiede anche il movimento "Gayleft" - contro la battaglia ideologica dei vescovi». Ma non solo. Critiche al parere vincolante dei vescovi si segnalano anche all'opposizione, con Benedetto Della Vedova di Forza Italia che dice il suo "no" ai «tabù sulle coppie di fatto, in particolare quelle omosessuali: con un "non possumus" saremmo isolati dal resto dei centrodestra europei».
«La nota della Cei è impegnativa per i laici cristiani», afferma il vicepresidente della Camera, Pierluigi Castagnetti (Margherita). Parole alle quali fanno seguito gli interventi critici della senatrice del Prc Luisa Boccia («Si tratta di una intollerabile ingerenza della Chiesa») e della senatrice del Pdci Manuela Palermi: «La nota della Cei relativamente ai Dico è un atto gravissimo». Così non è invece per il capogruppo dell'Udc alla Camera, Luca Volontè, che dice: «La famiglia è in crisi, il governo, anziché varare i Dico, dovrebbe aiutarla». Insomma, il partito dei pro- (e contro-) il ddl sulle convivenze Bindi-Pollastrini è, in entrambi gli schieramenti, ormai trasversale.
www.unita.it , 28 marzo 2007.