«Su questi bambini (bolliti in Cina, ndr) ci si scherza su. Come se fosse una barzelletta. Siccome la frase è di Berlusconi, diventa una battuta... Altro che balle. Balle una sega... Berlusconi - ribadisco - ha assolutamente ragione». Queste misurate parole sono tratte dall’editoriale di uno storico prestigioso, che è anche vicedirettore di Libero: Renato Farina. L’editoriale promette bene fìn dal titolo: “Ecco le prove: mangiavano i bimbi. Un libro conferma la verità di Berlusconi. E la sinistra, negando, uccide un’altra vo1ta”. Lo svolgimento non è da meno. Purtroppo, però, non contiene nemmeno l’ombra di una prova di quel che il Caimòna aveva dichiarato domenica nei suoi deliri napoletani: “Nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi” Sul punto, Farina appare un po’ confuso. Citando Vasily Grossman, Roberto Conquest e Martin Amis scrive che sì, è vero quel che dicono alcuni storici sul Corriere: “in Cina ci furono episodi di cannibalismo, ma li causò la carestia”. Ma “la carestia fu voluta da Stalin” Ora, per carità, va bene tutto: ma che c’entra la carestia in Cina con Stalin, che al massimo poteva provocare carestie in Urss? E che c’entra il cannibalismo in Cina con i comunisti che, secondo Bellachioma, “non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi”? O li mangiavano o ne facevano concime: son due cose diverse, bisogna scegliere, o l’una o l’altra. Farina tira fuori dall’archivio la lettera di un missionario su un missionario che morì perseguitato in Cina nel 1951 e fu sepolto nel cimitero cristiano di Huize; poi il cimitero “fu distrutto dai comunisti per avere più spazio da coltivare. Tipico: il terreno risulta così più fertile, concimato dai morti” Davvero terribile. Ma che c’entra con i “bambini bolliti per concimare i campi”? Anche Filippo Facci, sul Giornale della ditta, insiste. Titolo: “Li mangiano ancora”. Svolgimento: “In Corea del Nord ultimamente si sono perpetuati cannibalismi e assassini a scopo alimentare“ a causa di “carestie, inondazioni e disperazione”. Tutto molto commovente, ma la domanda è sempre quella: che c’entra
di MARCO TRAVAGLIO (da “l’Unità” del 31 marzo 2006)
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