Massima solidarietà a Clemente Mastella che, forse non tutti lo sanno, ma ha perso il tesoriere. Immaginate la scena: uno si sveglia una mattina e così, di punto in bianco, non trova più il cassiere. Il che è già seccante. Ma ancor più seccante è che sia sparita anche la cassa. Secondo le cronache peraltro scarne dell’altro giorno, il protagonista della grande fuga, che segnaliamo a «Chi l’ha visto?» per eventuali avvistamenti, è l’ex senatore Tancredi Cimmino. Il quale ha deciso di dirottare i finanziamenti pubblici al quotidiano del partito «Il Campanile» in una cooperativa da lui stesso presieduta, con un nobilissimo scopo: costringere l’Udeur a inserirlo nei cinque candidati con poltrona garantita in quota Prodi. Notizie non confermate dell’ultim’ora assicurano che Clemente ha trovato una mediazione, anche se non osiamo immaginare quale. Nell’augurarglielo di cuore, ci permettiamo di rammentargli la saggia lezione della vecchia Dc. Lì tutti potevano rubare, tranne uno: il tesoriere. Lui doveva garantire che le mazzette incassate giungessero a destinazione per intero, senza prelievi strada facendo. Vedi il caso di Severino Citaristi, che violò mezza dozzina di leggi per una ventina d’anni, ma senza mettersi in tasca una lira.
Negli stessi anni, nello Scudocrociato, se ne vedevano di tutti i colori. C’era un tizio, tanto per fare un esempio, che essendo il segretario del ministro delle Poste Vittorino Colombo, andava in giro a batter cassa a nome del suo principale. Che, però, non ne sapeva nulla. Si chiamava Gianfranco Mazzani, milanese, classe 1940. Non sbagliava un colpo. Al solo architetto Bruno De Mico, quello della Codemi e delle carceri d’oro, riuscì a strappare 25 tangenti per un totale di 1.135.000 di lire, dal 1980 al 1987. Mazzani raccontava di dover ungere le ruote al ministero per fargli vincere gli appalti. De Mico abboccava, pagava e segnava tutto sul suo computer in un file cifrato con la contabilità parallela. Poi due giovani pm, tali Davigo e Di Pietro, scoprirono tutto. Era il 1988. Arrestato, De Mico confessò. E Mazzani per 25 delle 33 bustarelle a lui attribuite nei file dell’architetto, fu poi condannato in tribunale a 5 anni, in appello a 3 anni e 4 mesi e finalmente, il 13 maggio
A quel punto, nella migliore tradizione italica, Mazzani tornò alla politica. Nella Margherita milanese. Nel 2004 stava per diventare assessore provinciale nella giunta Penati, ma alcuni compagni di partito affetti dal vizio della memoria e della legalità tirarono fuori i suoi precedenti penali. La nomina saltò, ma fu risarcito con un premio di consolazione: la presidenza di Cap Holding, la società pubblica degli acquedotti, e la promessa di una candidatura alle politiche 2006, Ora pare che il gran giorno sia arrivato. Per Mazzani si parla di un posto sicuro nelle liste della Margherita per il Senato. La voce è già stata raccolta dalle edizioni locali di alcuni quotidiani, con strascico di polemiche nel partito diellino. Noi però non ci crediamo. Anzi siamo certi che si tratti di uno caso di omonimia. Anzi, dev’essere sicuramente una voce calunniosa messa in giro dai berluscones, per convincere gli elettori del centrosinistra che «siamo tutti uguali». Anche perché era stata proprio
E, a proposito di scherzi, non male quello di Oliviero Diliberto, che l’altra sera in tv auspicava, nel prossimo governo dell’Unione, un ministero per Giulio Andreotti, che lui stima tanto. Detto sempre per burla: e Dell‘Utri niente?
di MARCO TRAVAGLIO (da “l’Unità” del 22 febbraio 2006)
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