di Marco Travaglio
da “l’Unità” del 28 ottobre 2005
Da anni ciclicamente, si ripropone l’interrogativo: perché Silvio Bellachioma detesta i comici? La risposta è semplice: teme la concorrenza. Così come sul mercato della tv e della pubblicità, anche su quello della risata il premier aspira al monopolio assoluto. Del resto, è comprensibile. Quando si ha la fortuna di far ridere appena si apre bocca o si mostra la faccia, un dono di natura toccato finora a pochissime grandi maschere della comicità mondiale, da Stanlio e Ollio a Totò, si preferisce non condividerlo con nessuno. Salvo, si capisce, con gli amici più cari. E, nel caso di specie, con gli avvocati. Il capocomico, infatti, è sempre imputato di qualcosa, ma riesce a far ridere anche in quella veste. Ha persino inaugurato un nuovo filone: il cabaret giudiziario. L‘ultimo copione, scritto a più mani con i legali che lo aiutano nei testi, è davvero irresistibile. Il titolo farà crepare d’invidia Mel Brooks: “Come traslocare lontano da Milano il processo sui diritti Mediaset perché alcuni giudici di Milano posseggono azioni Mediaset”. Svolgimento: un avvocato del premier, Salvatore Pino, new entry assoluta nella compagnia tant’è che non è ancora nemmeno deputato, sostiene che il processo al premier - accusato di frode fiscale per 120 miliardi di lire, appropriazione indebita per 270 milioni di dollari e relativi falsi in bilancio - dev’essere trasferito a Brescia. Motivo: il Pino medesimo, spulciando fra i 270 mila piccoli azionisti o ex azionisti Mediaset dal ‘96 a oggi, ne ha trovati ben 62 che fanno i magistrati a Milano. Il che getterebbe una grave ombra di “parzialità” su tutto il Tribunale di Milano, essendo evidente che anche un giudice non azionista è naturalmente portato a condannare Berlusconi per favorire i colleghi azionisti che potrebbero costituirsi parte civile. Una battuta che, riconosciamolo, surclassa Woody Allen. E fors’anche il pur brillante Previti, che tre anni fa tentò di spostare i suoi processi da Milano a Brescia perché, fra l’altro, una signora assisteva alle sue udienze munita di un Pinocchio di legno dandogli implicitamente del bugiardo. Per risolvere la grave questione fu approvata persino una legge,
la Cirami
, ma
la Cassazione
non ritenne di trasferire il processo. Anche perché la signora, o magari un‘altra, avrebbe potuto esibire il pinocchietto anche a Brescia e in eventuali altre sedi. Spostandosi insieme al processo.
Insomma, con la gag dei giudici azionisti, il comico imputato sbaraglia secoli di cabaret. Anche perché, fra i 270 mila azionisti Mediaset, potrebbe saltarne fuori qualche giudice di Brescia: nel qual caso bisognerebbe passare a Venezia, sempre che lì nessun giudice possegga azioni del Biscione. Altrimenti la tournèe giudiziaria della compagnia di giro proseguirebbe, magari in Croazia. Ma le battute migliori, si sa, contengono un doppio, a volte un triplo senso. Ed è questo il caso. Non s’era detto che Milano è infestata di toghe rosse, di giudici comunisti, anzi di bolscevichi allevati a Mosca e poi “infiltrati” astutamente dal Comintern nella magistratura negli anni 70 per poter incastrare, una ventina d’anni dopo, il povero Bellachioma? Bene: ora si scopre che ben 62 di costoro hanno acquistato azioni dell’azienda che volevano “abbattere politicamente per via giudiziaria”. Prima comprano titoli Mediaset, poi indagano e processano Mediaset, e alla fine la condannano di sicuro, così il titolo crolla e loro si mangiano tutto. Capito che volponi? E non è finita. Nello stesso giorno in cui Mediaset, alla vigilia dell’udienza preliminare, chiede di non essere giudicata da colleghi dei suoi (presunti) azionisti, la stessa Mediaset annuncia querela contro il Corriere della Sera, reo di aver rivelato gli ultimi sviluppi dell’inchiesta sui diritti tv. La scoperta del tesoro di Frank Farouk Agrama, il produttore cinematografico italo-egizian-americano che l’accusa ha individuato come “socio occulto “di Bellachioma, e al quale sono stati appena sequestrati in Svizzera qualcosa come 100 milioni di euro. A quale tribunale sarà inoltrata la denuncia, penale o civile che sia? A quello del luogo in cui si stampa il Corriere. Cioè a quello di Milano. Cioè a quello che nasconde in seno le 62 serpi azioniste Mediaset. Può un giornale accettare di essere giudicato dai colleghi di 62 giudici azionisti Mediaset in un processo nato da una denuncia della stessa Mediaset? Certo che no. A Brescia, a Brescia! E poi a Venezia. Poi magari in Croazia. Il turismo, come il garantismo, è uguale per tutti.