Viva Marco Travaglio

Libera stampa in libero blog, non ufficiale, di un ammiratore del giornalista.
giovedì, 17 luglio 2008

Lodo Mangano

Immagine tratta dal blog: Bamboccioni alla riscossa

ORA D’ARIA
MARCO TRAVAGLIO

Ieri La Stampa e l’altroieri il Corriere sono usciti con due editoriali dallo stesso titolo: «Il male minore». Il primo di Carlo Federico Grosso, il secondo di Vittorio Grevi. I due insigni giuristi sostengono la stessa tesi: piuttosto che sospendere per anni 100 mila processi, meglio il lodo Alfano che sospende solo quelli di Berlusconi. Almeno si potranno celebrare tutti gli altri. La tesi è interessante, anche se non proprio inedita: già Catalano, a «Quelli della notte», teorizzava che è meglio sposare una donna bella, giovane e ricca che una donna brutta, vecchia e povera. È probabile che, pur senza cattedre né lauree, anche Catalano riuscirebbe a sostenere che è meglio sospendere 4 processi che 100 mila. Ma avrebbe qualche difficoltà a scrivere contemporaneamente che il Lodo è incostituzionale, ma il capo dello Stato fa bene a firmarlo, anche se sarebbe suo dovere di garante della Costituzione non firmarlo, però Ciampi firmò il Lodo Schifani ancor più incostituzionale dell’Alfano e allora il suo successore deve ripetere l’errore perché non si interrompe un’emozione. La teoria del male minore è quella che negli anni ‘20 ha spalancato le porte al fascismo. Berlusconi ci campa da più di vent’anni. Crea un precedente, fa un gran casino per farlo digerire, giura che è l’ultima volta. Invece è sempre la penultima. Lo erano i decreti salva-Fininvest di Craxi nel 1984-’85. Lo era la legge Mammì nel ‘90. Lo erano le leggi ad personas per mandare in prescrizione i suoi processi e salvare il suo monopolio abusivo sulle tv, gentilmente offerte dall’Ulivo ai tempi della Bicamerale. Lo erano le leggi ad personam firmate da lui stesso nel 2001-2006. Alla fine qualche buontempone tirò un sospiro di sollievo: «Bene, ora che ha risolto i suoi guai con la giustizia, si può finalmente parlare di politica». Peccato che lui nel frattempo avesse seguitato a delinquere, procurandosi nuovi processi, oltre a dover salvare Previti per evitare che ritrovasse la memoria: l’Unione gli regalò pure l’indulto Mastella di 3 anni, liberando 40 mila delinquenti per salvarne uno. Così poi il governo crollò grazie a Mastella e l’Unione perse le elezioni, mentre chi l’aveva imposto così ampio riuscì a stravincerle all’insegna della «sicurezza» e della «tolleranza zero». Questo grottesco «dialogo» dove parla solo lui, questo ridicolo «pari e patta» dove vince solo lui, questo stravagante «do ut des» dove si vede solo il do e mai il des è proseguito anche durante e dopo la campagna elettorale. Lui aveva il solito problema: sistemare 4 processi e una tv abusiva. E ha cominciato a scassare tutto, come gli insegnò l’«eroe» Vittorio Mangano quand’era a servizio in casa sua ad Ancore. Ogni tanto voleva l’aumento o era un po’ giù di morale, allora andava nell’altra villa, quella di via Rovani a Milano, e la sventrava con una bomba. «Un altro scriverebbe una raccomandata», disse Al Tappone a Dell’Utri in una celebre telefonata nel 1986, «lui ha messo la bomba». E Marcello, sempre spiritoso: «Per forza, non sa scrivere!». Angelino Alfano, invece, sa scrivere. Soprattutto le leggi che gli dettano il padrone e l’avvocato Ghedini. Si sequestra la Giustizia bloccando 100 mila processi, vietando di intercettare i delinquenti, tagliando i fondi alla Giustizia e alle forze dell’ordine e gli stipendi ai magistrati. Poi arriva Angelino Jolie a chiedere il riscatto: se passa subito il Lodo Mangano subito, si modifica il blocca-processi. Chissenefrega degli altri 100 mila processi, se saltano subito i 4 di Al Tappone. Ha vinto lui, per l’ennesima volta. Ha vinto il racket, anche se il coro dei servi urlacchia «abbiamo vinto noi, ora riparte il dialogo, il vero problema sono Grillo e Sabina Guzzanti». Poco importa se, fino a mezz’ora prima, queste facce di tolla avevano giurato il blocca-processi era cosa buona e giusta, ed era fatto per noi, non certo per Lui. Al Tappone aveva scritto al suo riporto personale, Schifani, che il blocca-processi era talmente urgente decisivo per le sorti della Nazione da non ammettere discussioni, e pazienza se casualmente «sarebbe applicabile a uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica». Ora che il blocca-processi sparisce, è ufficiale che il premier ha mentito al Senato e al suo indegno presidente per ottenere quel che voleva. «Il male minore - diceva Sylos Labini - non esiste: è sempre il preannuncio di un male peggiore». Appuntamento al prossimo male minore.

l’Unità (12 luglio 2008)


 



LUTTAZZIADI

 
Veltroni
nostalgico per i bei tempi in cui si era ancora tutti amici.

Amhadinejad rinnova le minacce contro gli Stati Uniti e Israele, poi chiude il suo negozio di kebab
e torna a casa.

In Italia 600 mila cani randagi, un terzo nei canili, due terzi sotto la finestra della mia camera da letto.
Scoperto un altro Lang nel pianista Lang Lang, si chiamerà Lang Lang Lang.

il manifesto (12 luglio 2008)

 



Funari manda  a cagare San Pietro.

«La guerra in Iran  è inevitabile», dicono gli esperti, già venduti gli spazi pubblicitari.

Banche sotto accusa per i nuovi bond radioattivi.

Serial killer ricorda i vicini  come gente tranquilla  e insospettabile.

il manifesto (13 luglio 2008)

DANIELE LUTTAZZI



mercoledì, 16 luglio 2008

Il Lodo Metastasi


ORA D’ARIA
MARCO TRAVAGLIO

Dunque abbiamo assodato che, quando Al Tappone definisce "metastasi" la magistratura, è una battuta. Quando definisce "coglioni" gli elettori che non votano per lui e "spazzatura" 50 mila persone che manifestano contro di lui, è una battuta. Quando il ministro Bossi preannuncia "300 mila fucili" pronti a sparare in Padania, è una battuta. Gli unici che non possono fare battute sono i comici: quelli "insultano", "vilipendono", minacciano la democrazia. Invece chi sfigura la Costituzione a propria immagine e somiglianza "dialoga", anche se parla da solo. A questo proposito, circolano due singolari leggende metropolitane. 1) Il Lodo Alfano, detto anche Dolo Berlusconi, sarebbe legittimo e ragionevole, se solo non fosse approvato con legge ordinaria, ma costituzionale. 2) Il Lodo Alfano risponderebbe ai rilievi avanzati dalla Consulta nella sentenza del gennaio 2004 che bocciava il Lodo Schifani. Ragion per cui, si apprende da una nota del Quirinale, la firma del capo dello Stato sarebbe addirittura "una scelta obbligata" anche in calce a una legge ordinaria. E' quel che sostiene, per esempio, l'ex presidente della Corte Alberto Capotosti con un'intervista al Corriere in cui afferma l'esatto contrario di quel che lui stesso disse al Corriere il 26 giugno. Il partito dei pompieri s'è messo in moto, e poco importa se ben 100 costituzionalisti, fra cui gli ex presidenti della Corte Onida, Elia e Zagrebelsky, sostengono che il Lodo è incostituzionale sia perché è una legge ordinaria, sia perché viola - nel merito - alcuni principi fondamentali della Carta. Potrebbe sembrare una disputa tra diversi orientamenti, ma non è così. Perché non è vero che la sentenza del 2004 dica che si può derogare alla Costituzione con legge ordinaria. Anzi, dice l'esatto contrario: "Alle origini della formazione dello Stato di diritto sta il principio di parità di trattamento rispetto alla giurisdizione, il cui esercizio, nel nostro ordinamento, sotto più profili, è regolato da precetti costituzionali". Non da leggi ordinarie, approvate a colpi di maggioranza semplice. Dunque non è vero che la sentenza "lavi" preventivamente il nuovo Lodo e imponga al Quirinale di firmarlo. Anche perché, a parte un paio di dettagli, il Lodo Alfano riproduce gli obbrobri - già bocciati dalla Consulta - del Lodo Schifani. L'unica differenza sostanziale è che è rinunciabile e vale per una sola legislatura, mentre l'altro era automatico e illimitato. Ma questo è pure "reiterabile... in caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura". Se, alla fine di questa, Al Tappone riesce a passare da Palazzo Chigi al Quirinale, porta con sé sul Colle lo scudo spaziale che aveva già a Palazzo Chigi. Che dunque durerebbe 5 anni più 7, rendendolo auto-immune fino al 2020 quando ne avrà 84. Paradossalmente, se facesse uccidere Napolitano per sloggiarlo anzitempo, non sarebbe punibile e potrebbe prendere il suo posto senza che nessuno possa processarlo. E proprio questo era uno dei motivi della bocciatura del 2004: il Lodo Schifani era "generale", cioè sospendeva i processi per "tutti gli ipotizzabili reati, in qualunque epoca commessi. La Corte citava poi l'art. 111, che impone la "ragionevole durata dei processi", ovviamente incompatibile con una sospensione di 5 anni che può arrivare a 12; e l'art. 3, sull'eguaglianza di tutti i cittadini (compresi quelli che hanno subìto un reato); e l'art. 24 ("Tutti possono agire in giudizio per tutelare i propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento"). Ma l'art. 3 finiva (e finisce) in pezzi anche per la bizzarra scelta delle alte cariche da immunizzare. Il che conferiva alla norma "gravi elementi di intrinseca irragionevolezza". Ora il Lodo Alfano sfila il presidente della Consulta, ma resta il frittomisto fra una carica monocratica come quella del capo dello Stato e quelle collegiali come dei presidenti delle Camere e del premier. Queste ultime infatti, come ricordano i 100 costituzionalisti, non godono di speciali immunità in nessun'altra democrazia del mondo. A parte l'Italia prossima ventura: questa è la sola, vera "metastasi".
l’Unità (11 luglio 2008)

 

 



LUTTAZZIADI

 

Pd in coma, autorizzato lo stop all'alimentazione forzata.

Israele e Hamas si offrono di mediare fra Berlusconi e i giudici.

G8, l'ambiente finirà nel 2037, forse anche prima.

È partito il nuovo tour dei Pooh. La buona notizia è che l'India ha la bomba atomica.

il manifesto (10 luglio 2008)

 
Afa, fa così caldo che Veltroni ieri ha riunito il governo ombra solo per l'ombra.

Recessione, le famiglie italiane risparmiano sui beni di lusso, ad esempio il pane.

G8, Berlusconi auspica 1000 nuove centrali atomiche. Gli serve tutta l'energia possibile per le sue erezioni

il manifesto (11 luglio 2008)

 
DANIELE LUTTAZZI

 

martedì, 15 luglio 2008

Sette grandi e mezzo


ORA D’ARIA
MARCO TRAVAGLIO

Ringrazio sentitamente la Casa Bianca e George W. Bush per aver chiuso in bellezza gli otto pessimi anni di presidenza raccontando alle delegazioni del G8 chi è Silvio Berlusconi. Secondo il breve, ma fulminante ritratto contenuto nel kit press preparato dallo staff dell'amico George, Al Tappone è "uno dei più controversi leader nella storia di un Paese conosciuto per corruzione governativa e vizio... Un uomo d'affari con massicce proprietà e grande influenza nei media... considerato da molti un dilettante della politica che ha conquistato la sua importante carica solo grazie alla sua notevole influenza sui media nazionali". "Berlusconi -proseguono i perfidi biografi della Casa Bianca - ha trasformato il suo senso degli affari e la sua influenza in un impero personale che ha prodotto il governo italiano di più lunga durata in assoluto e la sua posizione di persona più ricca del Paese". Come del resto faceva quand'era piccolo (cioè alto come oggi): "Vendeva aspirapolvere, lavorava come cantante sulle navi da crociera, faceva ritratti fotografici e i compiti dei compagni di scuola in cambio di soldi". Tutte notizie vere e stranote (almeno al pubblico straniero), tratte dalla "Encyclopedia of World Biography". Mancano solo i rapporti con la mafia, la P2, le sentenze comprate, i processi e le leggi vergogna, ma di tutto ciò la stampa parla quotidianamente (almeno all'estero, s'intende: in Italia i tg spiegano quotidianamente agl'ignari cittadini "come difendersi dal caldo", fenomeno decisamente inedito per i primi di luglio). Si è parlato di un tragico errore, ma chi ci crede è bravo: a quei livelli, nulla accade mai per caso. Il fatto è che queste sono le cose che, dietro le quinte, tutti i politici, i diplomatici e i giornalisti del mondo dicono stupefatti quando parlano dell'Italia berlusconiana da quando l'incubo incominciò 15 anni orsono. Poi, in pubblico, sorvolano per carità di patria. Il bello è che ieri quasi tutti i giornali italiani, a parte l'Unità, titolavano sulla presunta "gaffe della Casa Bianca" (o "infortunio", o addirittura - secondo il manifesto – un "insulto al premier"). Per l'informazione di regime, infatti, dire la verità è una gaffe, anzi un infortunio, anzi un insulto. Invece scrivere, come fa Scodinzolini sulla Stampa, che "Berlusconi, come il Papa, è convinto che i grandi Paesi debbano darsi una mossa nella lotta alla povertà", ecco, questa sì che è informazione. Come pure scrivere - riuscendo a restare seri - che l'eventuale scambio tra la legge blocca-processi con il Lodo Alfano, per giunta inserito nel "pacchetto sicurezza" sotto il naso del Quirinale che ne aveva firmato un altro, è una buona "mediazione", anzi una vittoria del "dialogo" sullo "scontro fra politica e magistratura". In realtà è una vittoria degli estorsori governativi che, con una mano, scassano definitivamente la Giustizia e, con l'altra, sventolano il ramoscello d'ulivo reclamando un modico pizzo: noi lasciamo vivere i giudici, a patto che quelli lascino evaporare i processi di Al Tappone. Al quale bloccarne 100 mila non frega assolutamente niente: a lui frega bloccare i suoi. Se gli bloccano i suoi, libera tutti gli altri. Se ottenesse il Lodo incostituzionale dell'Impunità non vince il Pd, e nemmeno il dialogo. Vince lui e perde la Costituzione. Bene ha fatto il Pd a respingere, almeno finora, l'osceno mercimonio. Ma purtroppo si leggono commenti strani, come quello della capogruppo alla Camera Marina Sereni: "II Lodo è pur meglio del salvaprocessi (che poi sarebbe il blocca-processi, ndr)". Del senatore Nicola Latorre: "L'importante è che tolgano il blocca-processi, poi a decidere la strategia più adatta sul Lodo Alfano sarà il segretario del partito". Di Livia Turco: "Il lodo dev'essere affrontato con legge costituzionale e con calma". Come se una norma incostituzionale che crea 4 cittadini più uguali degli altri diventasse costituzionale solo perché fatta con legge costituzionale.

l’Unità (9 luglio 2008)

 

 

 

LUTTAZZIADI

 

Berlusconi al G8, i giapponesi gli costruiscono una scuola Diaz piena di studenti massacrati per farlo sentire
come a casa.

G8. Bush emula Reagan e dice alla Cina: «Buttate giù quel muro!».

Berlino, decapitata in un museo la statua di cera di Hitler, la Germania perde la seconda guerra mondiale

In tutti i cinema «Agente Smart casino totale». Come se a qualcuno interessasse la biografia di Renato Farina

il  manifesto  (8 luglio 2008)

 

G8, Bush: «Devasteremo l'ambiente nel rispetto dell'ambiente».

Intercettazioni, Ghedini smentisce: «Quello sulla testa di Berlusconi non è il pelo pubico della Carfagna».

I 5000 esuberi Telecom passano in Alitalia, i 5000 esuberi Alitalia passano in Telecom.
Umberto Eco si rade la barba col rasoio di Occam.

il  manifesto  (9 luglio 2008)

 

DANIELE LUTTAZZI

 

venerdì, 11 luglio 2008

Io difendo quel palco

MARCO TRAVAGLIO


Caro Direttore,
quando tutta la stampa (Unità compresa), tutte le tv e persino alcuni protagonisti dicono la stessa cosa, e cioè che l’altroieri in Piazza Navona due comici (Beppe Grillo e Sabina Guzzanti) e un giornalista (il sottoscritto) avrebbero “insultato” e addirittura “vilipeso” il capo dello Stato italiano e quello vaticano, la prima reazione è inevitabile: mi sono perso qualcosa? Mi sono distratto e non ho sentito alcune cose - le più gravi - dette da Beppe, da Sabina e da me stesso? Poi ho controllato direttamente sui video, tutti disponibili su You Tube e sui siti di vari giornali, ma non vi ho ritrovato ciò che è stato scritto e detto da tv e giornali.
Nessuno ha insultato né vilipeso Giorgio NapolitanoBenedetto XVI. Nessuno ha “rovinato una bella piazza”. È stata, come tu hai potuto constatare de visu, una manifestazione di grande successo, sia per la folla, sia per la qualità degli interventi (escluso ovviamente il mio). Per la prima volta si sono fuse in una cinque piazze che finora si erano soltanto sfiorate: quella di Di Pietro, quella di molti elettori del Pd, quella della sinistra cosiddetta radicale, quella dei girotondi e quella dei grillini, non sempre sovrapponibili. E un minimo di rigetto era da mettere in conto. Ma è stata una bella piazza plurale, sia sotto che sopra il palco: idee, linguaggi, culture, sensibilità, mestieri diversi, uniti da un solo obiettivo. Cacciare il Caimano.
Le prese di distanze e i distinguo interni, per non parlare delle polemiche esterne, sono un prodotto autoreferenziale del Palazzo (chi fa politica deve tener conto degli alleati, delle opportunità, degli elettori, di cui per fortuna gli artisti e i giornalisti, essendo “impolitici”, possono tranquillamente infischiarsi). La gente invece ha applaudito Grillo e Sabina come Colombo (anche quando ha chiesto consensi per Napolitano), Di Pietro, Flores e gli altri oratori, ma anche i politici delle più varie provenienze venuti a manifestare silenziosamente. Applausi contraddittorii, visto che gli applauditi dicevano cose diverse? Non credo proprio. Era chiaro a tutti che il bersaglio era il regime berlusconiano con le sue leggi canaglia, compresi ovviamente quanti non gli si oppongono.
Come mai allora questa percezione non è emersa, nemmeno nei commenti delle persone più vicine, come per esempio te e Furio? Io temo che viviamo tutti nel Truman Show inaugurato 15 anni fa da Al Tappone, che ci ha imposto paletti (anche mentali) sempre più assurdi e ci ha costretti, senza nemmeno rendercene conto, a rinunciare ogni giorno a un pezzettino della nostra libertà. Per cui oggi troviamo eccessivo, o addirittura intollerabile, ciò che qualche anno fa era normale e lo è tuttora nel resto del mondo libero (dove tra l’altro, a parte lo Zimbabwe, non c’è nulla di simile al governo Al Tappone). In Italia l’elenco delle cose che non si possono dire si allunga di giorno in giorno. Negli Stati Uniti, qualche anno fa, uscì senz’alcuno scandalo un libro di Michael Moore dal titolo «Stupid White Man» (pubblicato in Italia da Mondadori...), tutto dedicato alle non eccelse qualità intellettive del presidente Bush. Da dieci anni l’ex presidente Clinton non riesce a uscire da quella che è stata chiamata la «sala orale». In Francia, la tv pubblica ha trasmesso un programma satirico in cui un attore, parodiando il film «Pulp Fiction» in «Peuple fiction», irrompe nello studio del presidente Chirac, lo processa sommariamente per le sue innumerevoli menzogne, e poi lo fredda col mitra. A nessuno è mai venuto in mente di parlare di «antibushismo», di «anticlintonismo», di «antichirachismo», di «insulti alla Casa Bianca» o di «vilipendio all’Eliseo». Tanto più alta è la poltrona su cui siede il politico, tanto più ampio è il diritto di critica e di satira e anche di attacco personale. Quelli che son risuonati l’altroieri in piazza Navona non erano «insulti». Erano critiche. Grillo, insolitamente moderato e perfino affettuoso, ha detto che «a Napolitano gli voglio bene, ma sonnecchia come Morfeo e firma tutto», compreso il via libera al lodo Alfano che crea una «banda dei quattro» con licenza di delinquere. Ha sostenuto che Pertini, Scalfaro e Ciampi non l’avrebbero mai firmato (sui primi due ha ragione: non su Ciampi, che firmò il lodo Schifani). E ha ricordato che l’altro giorno, mentre Napoli boccheggia sotto la monnezza, il presidente era a Capri a festeggiare il compleanno con la signora Mastella, reduce dagli arresti domiciliari, e Bassolino, rinviato a giudizio per truffa alla Regione che egli stesso presiede. Tutti dati di fatto che possono essere variamente commentati: non insulti o vilipendi. Io, in tre parole tre, ho descritto la vergognosa legge Berlusconi che istituisce un’«aggravante razziale» e dunque incostituzionale, punendo ­ per lo stesso reato - gli immigrati irregolari più severamente degli italiani, e mi sono rammaricato del fatto che il Quirinale l’abbia firmata promulgando il decreto sicurezza. Nessun insulto: critica. Veltroni sostiene che io avrei «insultato» anche lui, e che «non è la prima volta».
Lo invito a rivedersi il mio intervento: nessun insulto, un paio di citazioni appena; per il resto la cronistoria puntuale dell’ennesima resurrezione di Al Tappone dalle sue ceneri grazie a chi ­ come dice Furio Colombo ­ «confonde il dialogo con i suoi monologhi». Sono altri dati di fatto, che possono esser variamente valutati, ma non è né insulto né vilipendio. O forse il Colle ha respinto al mittente qualche legge incostituzionale, e non me ne sono accorto? Sono o non sono libero di pensare e di dire che preferivo Scalfaro e i suoi no al Cavaliere? Oppure la libertà di parola, conquistata al prezzo del sangue dai nostri padri, s’è ridotta a libertà di applauso? Forse qualcuno dimentica che quella c’è anche nelle dittature. È la libertà di critica che contraddistingue le democrazie. Se poi a esercitarla su temi quali la laicità, gli infortuni sul lavoro, l’ambiente, la malafinanza, la malapolitica, il precariato, la legalità, la libertà d’informazione sono più i comici che i politici, questa non è certo colpa dei comici.
Poi c’è Sabina. Che ha fatto, di tanto grave, Sabina? Ha usato fino in fondo il privilegio della satira, che le consente di chiamare le cose con il loro nome senza le tartuferie e le ipocrisie del politically correct, del politichese e del giornalese: ha tradotto in italiano, con le parole più appropriate, quel che emerge da decine di cronache di giornale sulle presunte telefonate di una signorina dedita ad antichissime attività con l’attuale premier, che poi l’ha promossa ministra. Enrico Fierro ha raccolto l’altro giorno, su l’Unità, i pissi-pissi-bao-bao con cui i giornali di ogni orientamento, da Repubblica al Corriere, dal “Riformatorio” financo al Giornale, han raccontato quelle presunte chiamate (con la “m”). Ci voleva un quotidiano argentino, il Clarin, per usare il termine che comunemente descrive queste cose in Italia: «pompini», naturalmente di Stato. Quello di Sabina è stato un capolavoro di invettiva satirica, urticante e spiazzante come dev’essere un’invettiva satirica, senza mediazioni artistiche né perifrasi. Gli ignorantelli di ritorno che gridano «vergogna» non possono sapere che già nell’antica Atene, Aristofane era solito far interrompere le sue commedie con una «paràbasi», cioè con un’invettiva del corifeo che avanzava verso il pubblico e parlava a nome del commediografo, dicendo la sua sui problemi della città. Anche questa è satira (a meno che qualcuno non la confonda ancora con le barzellette). Si dirà: ma Sabina ha pure mandato il papa all’inferno. Posso garantire che, diversamente da me, lei all’inferno non crede. Quella era un’incursione artistica in un genere letterario inaugurato, se non ricordo male, da Dante Alighieri. Il quale spedì anticipatamente all’inferno il pontefice di allora, Bonifacio VIII, che non gli piaceva più o meno per le stesse ragioni per cui questo papa non piace a lei e a molti: le continue intromissioni del Vaticano nella politica. Anche Dante era girotondino? Il fatto è che un vasto e variopinto fronte politico-giornalistico aveva preparato i commenti alla manifestazione ancor prima che iniziasse: demonizzatori, giustizialisti, estremisti, forcaioli, nemici delle istituzioni, e ovviamente alleati occulti del Cavaliere. Qualunque cosa fosse accaduta, avrebbero scritto quel che hanno scritto. Lo sapevamo, e abbiamo deciso di non cedere al ricatto, parlando liberamente a chi era venuto per ascoltarci, non per usarci come pedine dei soliti giochetti. Poi, per fortuna, a ristabilire la verità sono arrivati i commenti schiumanti di Al Tappone e di tutto il centrodestra: tutti inferociti perché la manifestazione spazza via le tentazioni di un’opposizione più morbida o addirittura di un inciucio sul lodo Alfano (ancora martedì sera, a Primo Piano, due direttori della sinistra «che vince», Polito e Sansonetti, proclamavano in stereo: «Chi se ne frega del lodo Alfano»). La prova migliore del fatto che la manifestazione contro il Caimano e le sue leggi-canaglia è perfettamente riuscita.

l’Unità (10 luglio 2008)



 

Qualcosa di cui non parlare

Roma | 10 luglio 2008

Irruzione alla scuola Diaz: ecco tutti i falsi della Polizia

I "falsi" verbali ricostruiti a tavolino dalla Polizia e le contraddizioni degli imputati nei vari interrogatori sono stati al centro del quarto giorno di requisitoria da parte del pm Enrico Zucca, nel processo per la sanguinosa irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 del 2001 a Genova.
Venerdì l'accusa, dopo un accenno fatto giovedì, concentrera' la requisitoria sul ritrovamento delle due bottiglie molotov, secondo l'accusa, portate dalla polizia nella scuola, come prova a carico dei 93 arrestati.

Il pm, in sette ore di requisitoria, ha ricostruito le false dichiarazioni, sempre secondo l'accusa, rese dagli imputati e sottoscritte anche nei verbali di arresto.

Le posizioni prese oggi in considerazione sono quelle di alcuni sottoscrittori del falso verbale di arresto: Filippo Ferri, all' epoca dirigente della squadra mobile della Spezia, con il sovrintendente Renzo Cerchi e l'ispettore superiore Davide Di Novi, Massimiliano Di Bernardini, romano, vice questore aggiunto, Spartaco Mortola, capo Digos Genova, Carlo Di Sarro, suo vice, Nando Dominici, dirigente della squadra mobile di Genova, e Fabio Ciccimarra di Napoli.

"Si passa dal fiume delle testimonianze delle parti lese alle acque stagnanti delle dichiarazioni degli imputati", ha commentato il pm Zucca che ha anche aggiunto: "Dopo l'irruzione nella scuola anziche' ad un atto di polizia giudiziaria assistiamo all'inquinamento della scena da parte di chi doveva bonificarla".

Il pm si e' soffermato sui presunti falsi di Mortola che si contraddi' nel corso dei vari interrogatori sia sul ritrovamento di reperti importanti come le due molotov, bastoni e spranghe all'interno della scuola, sia sul lancio di sassi e di un maglio dalle finestre prima dell'irruzione della polizia e sul feroce pestaggio di Mark Covell, il giornalista inglese free lance.

"Mortola - ha sottolineato il pm - ha tenuto come linea difensiva quella della persona raggirata dai suoi stessi colleghi. Invece e' un ingannato senza ingannatori". L'episodio piu' eclatante, citato dal pm , e' la presenza in un video di Mortola, e del suo vice, Di Sarro, all'ingresso della scuola, vicini a Covell, a terra e esanime. Interrogato dai pm perche' non scrisse del ferimento di Covell nel verbale, Mortola rispose:"Sul momento non accertai chi fosse quel ferito ne' per quale motivo fosse stato oggetto di pestaggio".

Il pm ha accusato inoltre Mortola di aver fatto sparire alcuni filmati dell'irruzione, girati dai suoi uomini. "Si doveva stabilire - ha spiegato il pm - quali reparti fossero entrati per primi e questi filmati potevano dimostrarlo".

Mortola inoltre, secondo i pm, sostenne invece il ritrovamento delle bottiglie molotov nella scuola e confermo' anche, solo per sentito dire dai colleghi, il "fittissimo lancio" di pietre e oggetti dalle finestre e la caduta anche di un maglio spaccapietre. "L'unico agente, Andrea Ridolfi, - ha puntualizzato - che avrebbe visto cadere il maglio, fatto riportato anche nel verbale di arresto, davanti ai giudici si e' avvalso della facolta' di non rispondere".

Un altro firmatario del falso verbale di arresto, Carlo Di Sarro - ha riferito il pm - affermo' sempre la sua estraneita' all' irruzione nella scuola, sostenendo di essere stato scalzato nello sfondamento dei cancelli dal VII reparto mobile di Michelangelo Fournier, vice di Vincenzo Canterini, entrambi imputati.
Sull'imputazione di associazione per delinquere a carico dei 93 no global arrestati, Di Sarro commento' con i pm: "Dobbiamo tener conto che nell'istituto sono state trovate anche le due bottiglie molotov". Sul "fittissimo" lancio di pietre, sottoscritto nel verbale, Di Sarro riferi' in seguito: "Sono cadute due pietre di piccole dimensioni nel cortile della scuola". Domani prosegue la requisitoria che si concludera' mercoledi' prossimo con le probabili richieste di condanna.

www.rainews24.rai.it

 

Roma | 11 luglio 2008

G8 2001, il pm: "Nessun esultò per la scoperta delle molotov nella scuola Diaz"

E' dedicata al ritrovamento delle due bottiglie molotov all'interno della scuola Diaz la quarta giornata di requisitoria dei pm nell'ambito del processo per la sanguinosa irruzione nella scuola Diaz durante il G8 del 2001.
"Nessuno esulta del ritrovamento di questo reperto significativo, la cosiddetta 'prova regina', nessuno ne parla, nessuno si attribuisce l"onore' del rinvenimento", ha dichiarato il pm Enrico Zucca sottolineando come, prima della comparsa delle due bottiglie incendiarie, la perquisizione avesse dato esiti "modesti: gli indumenti, i coltelli, le mazze e i picconi, il lancio di pietre, tutto questo compendio probatorio non poteva sostenere la formulazione di un reato associativo" a carico degli occupanti della scuola.

"Solo a seguito di una forzatura - ha detto il magistrato - queste prove avrebbero potuto essere presentate. C'era quindi la necessità di creare una prova determinante. E le molotov valgono da sole un autonomo reato, evocano la pericolosità dei soggetti, giustificano di per sé la perquisizione, tanto che dopo il loro rinvenimento l'operazione volge al termine. Con le molotov - prosegue il pm - la polizia ha qualcosa in mano da mostrare alla folla inferocita e ai giornalisti".

Zucca ha quindi ricordato la conferenza stampa in Questura successiva alla perquisizione nella Diaz, "con una tavola imbandita e un anonimo poliziotto che legge un comunicato. Solo in un secondo tempo, di fronte alla perplessità dei giornalisti sui pochi reperti mostrati, vengono portate nella stanza le due molotov. Se togliamo le due bottiglie incendiarie, non c'è nulla".

Zucca ha quindi ricostruito le prime dichiarazioni rese dagli allora testimoni, poi imputati, che "prendono tutti le distanze dal momento del rinvenimento, sostengono di essere entrati nella scuola dopo la perquisizione, nessuno parla delle molotov, neanche chi è entrato in contatto con il reperto, nessuno sa dove siano state trovate".

Il magistrato ha quindi sottolineato come, dopo il rinvenimento, le due bottiglie siano state "maneggiate senza alcuna cautela, in assenza di un interesse investigativo tanto che non vengono neppure rilevate le impronte digitali. Quindi - sostiene il pm - la localizzazione nel verbale è solo strumentale per attribuire il possesso a tutti gli occupanti della Diaz".

Ieri lo stesso pm si era concentrato sulla falsità dei verbali dichiarando che "la valutazione di sintesi è la sconcertante constatazione che non esiste alcun elemento di prova documentale o fattuale di ciò che viene descritto nei verbali di arresto. L'attestazione dei verbali non solo non è veritiera ma non ha neanche una paternità perché nessun partecipante all'operazione ha confermato il contenuto dei verbali". www.rainews24.rai.it

 

 

venerdì, 11 luglio 2008

VisibilitĂ  a Sabina Guzzanti

Da due giorni il sito di Sabina Guzzanti non è raggiungibile. Nel mio piccolo contribuisco ad accrescere la sua visibilità sul web.
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